Fino a quella mattina di giugno, dentro di me cullavo l’esame di maturità come tutti quanti: molta nostalgia, ancora un vivo terrore come fosse sempre adesso, ricorrenti incubi notturni, rancore sanguinoso contro il membro esterno di italiano perchè mi aveva penalizzato sul Leopardi marxista che onestamente masticavo poco…
Poi quella telefonata, intorno alle 9,30, in una mattina di giugno del 2019. Era Silvia, la mia vecchia compagna di liceo, diventata poi negli anni carissima amica, insegnante di storia e filosofia, quel giorno membro di commissione alla maturità.
“Così sei saltato al di qua della scrivania”, mi dice.
Io, che al mattino sono di carburazione lentissima, ascendente bradipo, fatico a capire.
“Hai già bevuto? Di che parli?”.
“Ma dai, del tuo tema…”
“Il mio tema? Quale tema?”.
Preso così alle spalle, in piena imboscata, corro senza neanche un perchè a qualche tema del mio passato, ma senza un filo logico, direi proprio senza alcuna logica. Poi è lei a lanciarmi il salvagente:
“Ma allora non sai niente. Dico della traccia di quest’anno, è un tuo articolo, quello su Bartali che salvò gli ebrei dai nazifascisti portando documenti nel canotto della sua bici, facendo la spola tra Firenze e Assisi come allenamento. Complimenti ragazzo. Quando l’ho letto, mi sono sentita un po’ fiera anch’io. Però adesso ti lascio, devo rientrare, dobbiamo fare il controllo poliziesco…”.
Quella mattina stavo parcheggiando la moto davanti al bar, per prendermi il caffè della sveglia. Rimasi un po’ così. Entrai subito in Internet e ci misi pochissimo a realizzare. Il mio articolo su Bartali, il leggendario campione ospitato con tanto di albero dedicato nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme, risaliva a qualche anno prima. Bartali l’avevo conosciuto bene da vivo, in tanti Giri d’Italia, posso davvero dire di un uomo meraviglioso, alla lunga eravamo diventati amici. Alla sua morte, il giornale mi aveva mandato a raccontare i funerali. Ero riuscito a salutarlo prima delle esequie, quand’era ancora esposto nel suo umilissimo saio da carmelitano scalzo, secondo le sue precise volontà. E comunque, saltando qualche passaggio: quando il popolo ebraico gli riservò il solenne riconoscimento di Giusto, fui ben contento di raccontare questa storia. Ma mai e poi mai, allora, avrei potuto immaginare che nel 2019 me lo sarei ritrovato tra le tracce della maturità. Invece.
Invece, cari ragazzi che affrontate adesso lo stesso impegno: invece, il tema di maturità, che per una vita avevo conservato nei ricordi come tutti gli italiani, ciascuno nei modi e nei tempi della propria memoria più intima, quel tema mi è risaltato fuori improvvisamente in un’altra versione e in un’altra dimensione, come disse la mia amica Silvia, dall’altra parte della scrivania. Lo racconto per dire che nel bene e nel male, come piacere o come ossessione, quel passaggio della vita resta comunque unico e insostituibile. E attraverso le strade più strane, risalta sempre fuori: fosse un semplice ricordo semi-goliardico nelle cene tra vecchi amici, fosse com’è successo a me nella stravagande dimensione di un capovolgimento totale, da tema svolto a tema da svolgere. Ognuno però ha il suo esame di maturità ben incistato dentro, senza che ci sia niente in grado di cancellarlo o anche solo di sbiadirlo: quando figli e nipoti ci arrivano, genitori e nonni avvertono immeditamente gli stessi fremiti e gli stessi tuffi al cuore di un’epoca fa.
Per quanto mi riguarda, non ho difficoltà ad ammetterlo, anzi lo ammetto con enorme piacere: nella vita – come tutti – ho raccolto il mio giusto dosaggio di soddisfazioni, ma a livello professionale nessuna eguaglierà mai quell’esame del 2019, quando a mia totale insaputa fu scelto il mio articolo come proposta di titolo. Mi emozionava come un bambino sapere che migliaia di ragazzi italiani venissero chiamati a ragionare partendo dalla mia idea. Dirò di più: superata la sorpresa del momento, quella volta provai subito un certo senso di disagio, quasi un senso di colpa, perchè mi dicevo poveri ragazzi d’oggi, si aspettavano internet e i social, si ritrovano Bartali, che ne sanno loro di Bartali, eroe di un altro secolo e di un altro mondo. Ma il giorno dopo arrivò la soddisfazione numero due, forse ancora più grande: tantissimi studenti lo avevano scelto, fu il terzo più scelto, a dimostrazione che le grandi storie umane comunque non diventano mai vecchie e superate, ma anzi finiscono per stimolare riflessioni intramontabili con la sola forza della loro trama, del loro esempio, del loro significato.
Ragazzi, niente paura e dateci dentro. Di solito in queste ore i babbioni vi ricordano la loro maturità e vi danno consigli, voi stessi andate cercando in rete cosa dire, come dire, quanto dire nel tema. Il mio unico consiglio: non ascoltate consigli, lasciate totale libertà a voi stessi, siate come siete, quello che siete, perchè scrivere è l’operazione più sincera, esce cosa c’è dentro, inutile recitare un’altra parte, si nota subito, colpisce subito.
Non sono qui a dire che un giorno un vostro scritto uscirà dalle buste ministeriali per l’esame di un lontano futuro. Non succede quasi mai. Ma può succedere. Può succedere di tutto, nel domani. Ne succedono di terribili, di normali, ma ne succedono anche di fantastiche. Conta solo arrivarci pronti, giusti, responsabili, consapevoli. Quello che ora siete, quello che state cercando di diventare, quello che diventerete, comunque non si disperderà nel vuoto e nel caso. La vita aspetta fuori dall’esame di maturità con il suo carico insondabile di soprese e di nuove prove. Superare questa vi aiuterà a superarle tutte, con le vostre forze e soprattutto con la vostra testa, se non la consegnerete a nessun altro. Non bisogna andare avanti per il risultato o per il riconoscimento: bisogna farlo per se stessi. Poi, un giorno, senza inseguirle, senza saperlo, certe telefonate arrivano.
