POVERA MODA, RIDOTTA AD AFFARE DA INFLUENCER

Chiara Ferragni.

di ELEONORA BALLISTA – Ha fatto un gran chiasso l’ingresso di Chiara Ferragni nel consiglio di amministrazione di Tod’s, la roccaforte della famiglia Della Valle, una news che ha fatto volare in Borsa il titolo dell’azienda calzaturiera, fino a segnare un +14% solo nella prima giornata.

Reciproche dichiarazioni di stima fra Diego Della Valle, che ha detto: “Mi fa molto piacere che Chiara Ferragni sia entrata nel Cda di Tod’s. La conoscenza di Chiara del mondo dei giovani sarà sicuramente preziosa”, e l’imprenditrice digitale, che ha replicato: “Ringrazio Diego Della Valle per la fiducia e il rispetto che ha nei miei confronti come donna e come manager. Unirmi al gruppo Tod’s significa dare voce alla mia generazione con una delle eccellenze dell’Italia nel mondo”.

Una mossa sorprendente quella di Della Valle, non c’è dubbio.

Eppure, osservando le reazioni social alla notizia, non è mancata la voce del dissenso, di chi cioè osserva come sia improbabile che Chiara Ferragni sappia qualcosa di come si produca una scarpa di qualità.

Quello che sfugge a chi la pensa così è che non è affatto necessario che la Ferragni si intenda di produzione calzaturiera per occupare la sua sedia nel Cda; è sufficiente che lei decida di indossare, o anche soltanto di promuovere, una scarpa Tod’s, e le vendite aumenteranno.

Ma detta così è troppo semplice.

Il fenomeno Ferragni è figlio dei tempi attuali, e qualche dritta per intercettare questa nuova modalità di intendere la moda (ma non solo quella) ce la offre la giornalista Mariella Milani, che nel suoi ultimo libro “Fashion confidential” (Sperling & Kupfer) svela più di un segreto del mondo delle passerelle.

Fra le molte interviste contenute nel volume c’è anche quella a Carlo Mengucci, indicato come protagonista della comunicazione contemporanea.

“E’ stato lui – scrive Milani – a individuare per primo le potenzialità di una giovanissima Chiara Ferragni, facendola sfilare a Firenze sulla passerella di Alberta Ferretti e diventandone, nel tempo, amico e consigliere nell’organizzazione degli eventi più importanti”.

Ciò che oggi conta di più per un brand è la visibilità: “Una sfilata è vincente – spiega ancora Mengucci – se esce sui social; Instagram deve essere bombardato di immagini e video, altrimenti l’evento è stato un flop”.

Ed ecco che allora Chiara e i suoi 22 milioni di follower, uno più uno meno, si rivelano una carta decisiva.

E restando nell’universo del fashion c’è un altro fatto importante da tenere in considerazione, sempre secondo Mengucci, in questi tempi declinati all’apparire: “Vogliamo conquistare tutti, piacere ai quindicenni che non ci possono comprare (assunto che vale soprattutto per i costosissimi capi delle collezioni degli stilisti di grido n.d.r.), agli over quaranta – che sono i veri clienti – e ai personaggi famosi. Siamo ossessionati dalla gioventù e quindi diamo ai giovani – che non hanno un reale potere d’acquisto, ma hanno peso a livello di immagine – molto più valore di quello che rappresentano per le aziende”.

Largo ai giovani, dunque. Ma la qualità del prodotto? Ne resta qualcosa o ha poca importanza?

Anche su questo fronte pare ci siano buone notizie: “Nella front row (la prima fila) di una sfilata – rivela Mengucci – basta avere gli influencer giusti, anche perché, fortunatamente, sta tornando una maggiore qualità”.

Quindi, in conclusione, pare di capire che le produzioni attuali tengano sempre in maggiore considerazione qualità del prodotto e sostenibilità della filiera, ma per completare il quadro sia anche necessario che tutto ciò sia visibile a livello globale.

Piaccia o no, questo è il nuovo mondo.

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