PORTE APERTE ALLA PAURA

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoteraputa) – Secondo il direttore generale dell’OMS sarebbero in aumento, anche in Italia, patologie come ansia, disturbi del sonno, depressione e paura.

I due presidenti della SIP (Società italiana di psichiatria) dichiarano che 300.000 pazienti in più, tra la gente che sta soffrendo di disturbi d’ansia post traumatica da stress in seguito a lutti e preoccupazione per il proprio futuro, anche economico, svilupperanno disturbi psichici.

Cosa accade?

Accade che nel nostro Paese, all’interno dei Dipartimenti e dei Centri di salute mentale il numero dei medici psichiatri non è proporzionale a quello degli utenti e questo non certo da oggi.

Oggi, tuttavia, ce ne accorgiamo, a partire dal previsto aumento esponenziale delle richieste di aiuto.

Insomma, come a dire che, ancora una volta, non ci sono posti letto sufficienti, se consideriamo la psichiatria il reparto di rianimazione dell’ospedale della mente umana. Quello, cioè, dove finiscono i casi gravi.

E’ curioso, ma non troppo, notare come solo davanti ad un’ evidenza catastrofica si mostri ciò che all’occhio umano, se solo vi avesse diretto lo sguardo, sarebbe apparso con chiarezza anche prima.

“La salute è nel silenzio degli organi” scriveva Renè Leriche, un famoso medico francese, nel 1937.

Quando tutto tace nel corpo, il corpo è in salute. Ma siamo certi che tutto tacesse nel corpo del Sistema Sanitario del nostro Paese? Che prima di questa catastrofe non ci fossero sintomi che parlavano proprio in quel corpo, come ogni sintomo del resto sempre fa, di un disagio che domandava un ascolto?

Ora l’OMS si accorge che manca personale anche fra i medici psichiatri e, più in generale, fra i professionisti della salute mentale. Forse ci saranno concorsi lampo. Forse si costruiranno immaginari reparti di psichiatria da campo.

Non che le stime non siano importanti, le statistiche logiche e i numeri pacificanti, nel loro potere di contare l’incontabile, ma vorrei denunciare che la sofferenza mentale c’è sempre stata. Anche quando non la si vedeva. Anche quando non la si voleva vedere perché talvolta invisibile, come il Covid.

Nel mio studio è rimasta la maggior parte dei vecchi pazienti, se ne sono aggiunti di nuovi, non tuttavia nella proporzione che ci si sarebbe potuti attendere. Non ancora, almeno.

Da un lato, per formulare una domanda d’aiuto occorre un tempo e, presumibilmente, ora che si stanno raccogliendo le macerie dopo il sisma, molte persone troveranno il coraggio di depositarle da qualche parte, in un luogo che le aiuti a ricomporle o semplicemente a liberarsene.

Dall’altro i dati proposti dalle autorità fanno riferimento alle strutture pubbliche che si occupano delle categorie più fragili, dei così detti soggetti a rischio. Non dimentichiamo però che, nell’ambito della salute mentale, tutti siamo categoria a rischio perché quelli sani sono, comunque, un po’ nevroticamente acciaccati. Potremo dire che la nevrosi è la patologia pregressa di cui molti di noi non sanno ancora nulla.

Ora dunque l’incontro con la malattia e la perdita, tanto delle persone care quanto delle nostre sicurezze economiche, e un ritorno mutilato alla vita rappresentano fattori di rischio, per ciascuno di noi.

Siamo più esposti, questo è vero. Più esposti ad un ritiro narcisistico come strategia per evitare l’incontro con l’altro che, pandemia o no, è ogni volta un incontro rischioso, a partire proprio dalla sua alterità che ci sfugge.

Siamo a rischio di aumento delle fobie sociali, a rischio di paranoicizzarci tutti vedendo il nemico ovunque, siamo a rischio di angosciarci e dunque ritirarci in un posto sicuro, al riparo e a distanza.

Abbiamo soprattutto paura. Bene! La paura è un segnale da cui possiamo e dobbiamo imparare, come quando eravamo bambini, perché essa ci presenta il limite, facendocelo incontrare.

La paura è per certi versi sana, se sappiamo farle posto. Forse, se avessimo avuto paura anche prima, non saremmo rimasti senza letti. Senza posti, convinti che la morte non ci riguardasse, certi di essere immortali e sani di mente. Di far parte di quella maggioranza immune.

Ora invece ci ritroviamo ad essere un po’ tutti figli di un Dio minore, tutti uguali e ugualmente a rischio perché, come il Covid, anche il disagio psichico è democratico.

Se dunque i lanciati allarmi hanno la funzione di spaventarci, con una modalità dal sapore sempre un po’ sadico, noi possiamo però rispondere in modo adulto, non con l’onnipotenza infantile del pensiero magico, del non ci riguarda, né col masochismo di chi aspetta a braccia aperte il nemico per farsi maltrattare.

Facciamocene piuttosto qualcosa, di questa paura. Apriamole le porte, facciamola entrare, entrare davvero, ospitiamola nelle nostre case, nella nostra città, negli ospedali, nelle Istituzioni, nelle sedi di Governo, prima ancora di lasciarle la parola dalla poltrona dei nostri studi, privati o pubblici.

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