Quando c’è di mezzo una guerra, ovunque ci rimette la pace. La banalità dell’assioma si estende oltre i confini degli eventi bellici, soprattutto adesso che i conflitti sono più di uno e non riguardano luoghi sperduti dei quali l’umanità normalmente se ne frega, ma coinvolgono tutte le grandi potenze. Lo percepiamo ogni giorno quando andiamo a fare benzina o gasolio, quando leggiamo le bollette, quando andiamo a fare la spesa. Siamo al riparo nelle nostre case, non ci bombardano scuole e ospedali, ma siamo coinvolti. Tutti, dappertutto.
Stride parlare di pallone, offende occuparsi di facezie. Pensiamo però che i Mondiali di calcio siano un’industria, un’occasione, una parentesi. Dunque, lo sport professionistico non può illudersi di vivere avulso dal contesto storico e politico internazionale. Per quanto finga di rivendicare autonomia e indipendenza, per quanto mistifichi opportunità e aggregazione, è costretto ad inginocchiarsi alle costrizioni ove si palesino con forza.
Nonostante la FIFA e il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) sostengano formalmente la separazione tra sport e politica, dopo la Seconda Guerra Mondiale la Germania e il Giappone furono escluse dalle Olimpiadi di Londra del ’48 e la Fifa sospese temporaneamente i tedeschi anche dalle manifestazioni calcistiche. Stessa sorte toccò all’Iraq per l’invasione del 1990 in Kuwait, alla Jugoslavia nel 1992, alla Russia nel 2022 dopo l’invasione in Ucraina. Esclusi per motivi politici il Sudafrica a partire dagli anni Sessanta (progressivamente dalle Olimpiadi, dalle manifestazioni della FIFA, dalla Coppa Davis di tennis e da molte altre manifestazioni) e l’Afghanistan durante il primo regime talebano (1996-2001), mentre rispetto a quello attuale ancora nessuno si è espresso…
La partecipazione dell’Iran ai Mondiali del 2026 è diventata uno dei temi più controversi del calcio internazionale. La nazionale iraniana si è qualificata sul campo meritando sportivamente la presenza al torneo, ma le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti — uno dei paesi organizzatori insieme a Canada e Messico — hanno aperto un dibattito che va ben oltre il calcio. Negli ultimi mesi si è parlato di restrizioni ai visti, problemi di sicurezza, possibili spostamenti delle partite in Messico e persino dell’ipotesi che l’Iran possa rinunciare o essere escluso dalla competizione. La FIFA ha ribadito più volte che la squadra iraniana parteciperà regolarmente al torneo e giocherà negli Stati Uniti come previsto dal calendario, con buona pace dell’Italia che sognava il ripescaggio.
Le pressioni “diplomatiche”, gli sponsor, l’opinione pubblica, la sicurezza internazionale rendono di fatto impossibile allo sport restare al riparo su un’isola lontana. L’Iran si è guadagnata la qualificazione sul campo, ha diritto a partecipare e divide questo merito con i suoi tifosi, cioè quella stessa gente per i diritti dei quali sarebbe scoppiata la guerra, anche se sappiamo tutti che non è così. I Mondiali sono uno degli eventi mediatici più potenti del pianeta insieme con le Olimpiadi: è uno spazio dove lanciare messaggi, non un recinto dove chiudere gli ingressi. Fatti i doverosi distinguo, naturalmente. E rispondendo anche alla domanda sull’eventuale esclusione di Israele dalle prossime Olimpiadi oltre alle manifestazioni sportive internazionali in generale.
L’Iran del 2026 non è solo una squadra di calcio: è un simbolo geopolitico, culturale e sociale. Credo che molti giocatori iraniani vivano una situazione complicata: negli ultimi anni alcuni membri della Nazionale hanno manifestato segnali di solidarietà verso le proteste interne al Paese, rivendicando che la squadra non possa essere uno “strumento del regime”. Due mesi fa la Nazionale di calcio femminile iraniana, in occasione di una partita valida per la Coppa d’Asia, non ha cantato l’inno prima del calcio d’inizio: alcune delle giocatrici hanno poi chiesto asilo politico in Australia (dove fu disputata quella gara, contro le Filippine), dove con l’occasione furono raccolte 66.000 firme a favore della concessione.
La FIFA deve confermare la partecipazione dell’Iran ai Mondiali del 2026, mentre la comunità internazionale deve schierarsi al suo fianco nella pretesa di condizioni di sicurezza assolute e sulla libertà di espressione degli atleti. Ricordano il Mondiale di Francia 1998. In quell’edizione arrivò una vittoria destinata a entrare nella storia: il 2-1 dell’Iran contro gli Stati Uniti. I rapporti erano già molto tesi, ma in campo – appena prima del fischio d’inizio – i giocatori iraniani offrirono fiori agli avversari statunitensi con un gesto di distensione che fece il giro del mondo.
Sarà invece assai più difficile accettare la proposta comunicata da fonti governative iraniane (e ufficializzata dalle autorità competenti durante una riunione sui Mondiali del 2026): “Minab 168” è infatti il nome con cui l’Iran vorrebbe presentarsi alla manifestazione. Secondo la versione ufficiale, il 28 febbraio un attacco attribuito a Stati Uniti e Israele avrebbe provocato la morte di 168 studentesse della scuola (Shajareh Tayyebeh) nella città di Minab.
