“OLTRE AL DIRITTO, C’E’ ANCHE UN DOVERE DI SALUTE (ALTRUI)”

di ALBERTO VITO (responsabile UOSD Psicologia Clinica ospedale dei Colli di Napoli) – In questi giorni (ma sicuramente il dibattito continuerà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi…) è ampia la discussione sull’opportunità o meno di introdurre nuove misure restrittive per affrontare l’emergenza sanitaria in corso. Così come si discute sull’efficacia effettiva delle misure prese negli scorsi mesi, a fronte di scelte diverse di altre nazioni.

La questione è molto complessa e non ho le competenze scientifiche per entrare nel merito, ma posso invece affermare che far riferimento al “Diritto alla salute” è senz’altro giusto. Tra l’altro, si tratta di un diritto riconosciuto nella nostra carta costituzionale e a buona ragione i cittadini possono invocare migliori comportamenti per tutelare il proprio diritto alla salute da parte dei medici, delle Asl, delle regioni, del governo. Si dovrebbe però parlare con molta più insistenza del fatto che esiste anche un “Dovere alla salute altrui”. La questione è tortuosa anche in questo caso, in quanto concerne numerosi aspetti.

Innanzitutto, esistono opinioni diverse su fino a che punto lo Stato può o deve intervenire per proteggere la salute del cittadino dai suoi stessi comportamenti. Ovviamente, chi ha posizioni ispirate da cultura liberale crede che solo uno Stato di Polizia potrebbe arrivare a porre il divieto di fumare o, per assurdo, introdurre l’obbligo di praticare mezz’ora di attività fisica al giorno o di rispettare un certo regime alimentare (tenendo conto di ciò che la scienza medica afferma a proposito dei corretti stili di vita per prevenire numerose malattie).

Chi ha letto Freud sa che postula per certa la presenza nella nostra vita di Thanatos oltre che di Eros. Ciò significa che una certa quota di autodistruttività e di autolesionismo sono componenti con cui ciascuno di noi deve confrontarsi a più riprese nell’arco della propria vita. Così come è accertata la convivenza di istanze e desideri contraddittori tra loro in ogni individuo.

Tuttavia, se probabilmente siamo liberi entro una certa misura (peraltro non ben definita) di mettere in atto comportamenti autolesionistici, è indubbio che non abbiamo altrettanta libertà di nuocere agli altri. Ogni sistema sociale interviene limitando la libertà individuale in difesa della collettività. Per assurdo, se mi volessi suicidare dovrei fare attenzione che la mia condotta autodistruttiva non coinvolga e metta a rischio la vita altrui (ad esempio provocando incidenti stradali).

Sto ragionando chiaramente estremizzando, ma il discorso ha una sua attualità. Se io sono libero, in base alle mie credenze, alla mia cultura, alla mia psicologia, di stabilire cosa è opportuno per me, certamente ciò non dovrebbe autorizzarmi a far valere le mie opinioni, che quasi sempre non hanno basi scientifiche solide, per mettere a repentaglio la salute altrui. Per essere più chiari: indossare la mascherina, vaccinarsi non sono solo un affare individuale, una scelta soggettiva, ma sono comportamenti personali che coinvolgono gli altri.

Il discorso è quindi culturale: nei programmi di educazione civica dovrebbe trovare spazio adeguato, insieme alla conoscenza dei nostri diritti, anche lo studio del nostro dovere verso la salute altrui. Andrebbe insegnato che una vera libertà esiste solo se è connessa alla responsabilità, verso se stesso e gli altri, e alla conoscenza, anche per avere l’umiltà di riconoscere sulla base di quali credenze si formano le nostre opinioni.

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