COME IMPARARE DA UN CORSO TENUTO DA ME

di PAOLO ALIATA – Un mercoledì di ottobre, ore 13.50. Sto preparando il videoproiettore per la presentazione del corso sull’autismo che sto tenendo agli operatori di alcuni nostri servizi. Sono nella casa dei nostri utenti di una comunità, quella di via Vittorini, a Milano. Là dove mangiano, guardano la tv, si ritrovano. La sala: il luogo più “comune” della comunità e di ogni casa. E tra poco parlerò di autismo. Nella cartella clinica di Karim, uno di quegli utenti che mangiano, guardano la tv e si ritrovano in quella sala, vi è scritto “affetto da disturbo afferente lo spettro autistico”.

Mi immagino la scena che potrebbe esserci di lì a poco: “Ragazzi, adesso andate di là perché dobbiamo fare un corso di formazione”. Non c’è cosa peggiore del fatto che parlano di te senza di te. E poi in casa tua, senza chiedere prima il permesso. C’è qualcosa che non mi torna, un senso di ingiustizia, di sopruso, di andare sopra e su. Condivido il dubbio con Cristina, responsabile della comunità. Anche a lei non torna nelle stesse traiettorie. Sguardo di intesa. E se…

Allora facciamo questo agguato alla prassi, al mondo, alle zone di confort, al come si fa di solito. Spieghiamo di cosa e come si parlerà tra poco. “Chi è interessato, si può sedere, ascoltare ed anche intervenire. Se a qualcuno non va, può tranquillamente non partecipare. E se uno ad un certo punto si stufa, può tranquillamente alzarsi”.

Franco mi aiuta a sistemare le prese del videoproiettore e del notebook e poi orgoglioso per il supporto tecnico dato si prende la sua sedia e si mette in pole position, come se fosse alla prima di un film al Festival di Venezia.  Viola si siede sul divano accanto a me. Grazia, sull’altro divano. Christian prende una sedia e si mette all’altro mio fianco. Karim due metri più dietro, sulla sua sedia. Franco, Viola, Grazia e Karim, pronti e seduti tra gli operatori. Distanziamenti e mascherine.

A me una cosa così non è mai capitata. Alla solita emozione, un po’ narcisistica, da luci puntate sulla ribalta, se ne aggiunge un’altra, vera, da dentro. E quando dirò per la prima volta la parola autismo, cosa sentirà Karim? E quando parlerò di disabilità, di famigliari, di vita, quali pensieri verranno pensati? E quando parlerò di disturbo psichiatrico, cosa succederà nell’animo di Cristina che è seduta accanto a me. Sono pronto a sentire quel frastuono o quel silenzio, seduto sul divano da cui la sera qualcuno guarderà la tv.

Quasi due ore di parole su slide, dai punti fermi sull’autismo, a sguardi possibili sul mondo visto con gli occhi delle persone con autismo, al come pensare e fare di noi, operatori. Lascio uscire le parole, con la cura non cura che possano in qualche modo arrivare, senza frenarle. Dopo un’oretta mi giro e vedo che anche Sebastiano è uscito dalla sua stanza, si è appoggiato allo stipite della porta e poi si è seduto sul tavolo. Ogni tanto mi fermo: “Come va? Tutto chiaro?”. In realtà lo chiedo a me stesso, per vedere se io ci sono e se quello che sta accadendo è vero.

Franco, Viola, Grazia, Cristian, Karim, Sebastiano e Francesco (rientrato dal centro diurno e seduto in pole position accanto a Franco) hanno tenuto per tutte le due ore. Neanche io ce l’avrei fatta, soprattutto nel tenere a me stesso. Li ho sentiti per tutto il corso del corso.  Mi chiedo cosa sia passato, cosa abbiano capito, cosa si portino a casa, o meglio, cosa rimanga nella loro testa, nel cuore e in casa. Con un po’ di presunzione, mi viene da dire che rimane il gesto ed il senso, l’essenza: sono e ci sono stati. Forse è bastato questo e poco conta di quanto sull’autismo sia rimasto. A volte basta solo esserci e far essere. Il resto lo fa l’uomo, con la sua capacità di cogliere atmosfere e sensi. Si sono gustati appieno la possibilità di esserci, nel paradosso che io, che passo due ore all’anno in casa altrui, abbia invitato a partecipare a quel momento chi in quella casa ci sta anche 24 ore al giorno.

Nel viaggio in auto di ritorno, ricevo un messaggio da Cristina, ricevuto a sua volta da Carmela, educatrice: “I ragazzi sono felicissimi. Grazia chiede di poterlo fare domani. Franco dice che una cosa così nessuno l’aveva mai fatta per loro.” Una lacrima. Dentro sono felice anche io, ma con un po’ di rammarico: quello legato al fatto di sentirsi ringraziare per aver fatto qualcosa che spetterebbe quasi di diritto, quello legato la fatto che non l’ho fatto un sacco di volte e continuerò in futuro a non farlo altro volte, quello di aver invitato io quando avrei dovuto dire io “permesso”.

E’ stato un privilegio avere seduti accanto a me, oltre ai miei operatori, Franco, Viola, Grazia, Cristian, Karim, Sebastiano e Francesco. E quello che si è alzato da lì con una lezione sulla vita, più di tutti, sono stato io.

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Un commento su “COME IMPARARE DA UN CORSO TENUTO DA ME

  1. Paola il said:

    Wow! Un’inclusione doverosa ma purtoppo che molto spesso non accade. Questo perché noi troppo spesso parliamo della gente senza la gente. Ci riempiamo la bocca di termini senza poi includere nel “nostro” mondo chi ci deve stare x diritto.

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