NON SONO SICURO CHE IL DIVIETO DI SOCIAL AGLI UNDER 16 SIA LA SOLUZIONE

“Abbiamo bisogno della libertà per impedire che lo Stato abusi del suo potere e abbiamo bisogno dello Stato per impedire l’abuso della libertà”. Così volle dire (anzi, scrivere) Karl Popper, filosofo della “società aperta” e gran nemico dell’autoritarismo. Nei suoi saggi emerge in chiave particolarmente lucida ed efficace la contraddizione fondamentale della società moderna: la libertà è essenziale, ma lo Stato tende spesso a minacciarla; tuttavia, l’assenza dello Stato trasforma la libertà in abuso e quindi, per paradosso, in assenza di libertà.

Come uscire dall’inghippo? Visto che ci siamo avventurati in una citazione, tiriamone fuori una seconda a costo zero. Winston Churchill, nientemeno: “L’etica evolve naturalmente, e noi la calpestiamo con leggi create dalla ragione e dall’esperienza”. In altre parole: mentre la morale individuale e l’etica sociale si muovono lungo un percorso quasi organico, le leggi sono costruzioni umane caratterizzate da limiti e rigidità. Non si può farne a meno, ma non è lecito sperare che aderiscano perfettamente alla realtà, per così dire, “esterna”.

Viene da chiedersi cosa penserebbe Churchill dell’iniziativa annunciata dal suo successore al numero 10 di Downing Street, Keir Starmer: entro la primavera del prossimo anno, se la legge verrà approvata, nel Regno Unito tutte le piattaforme social (fatta eccezione per WhatsApp) saranno vietate ai minori di 16 anni. Inoltre, si sta valutando un “coprifuoco digitale” a partire dalle 20,30 per chi ha meno di 18 anni e il blocco di quello “scrolling infinito” capace di ipnotizzare i giovani (e non solo loro) bloccandoli per ore davanti agli schermi.

Giusto? Sbagliato? Troppo? Troppo poco? Forse, più che a modello l’iniziativa del governo britannico va intesa come spunto. Cosa possiamo fare per limitare i danni, ormai evidenti, provocati nei ragazzi dall’abuso digitale senza per questo soffocare la loro (e la nostra) libertà di comunicare anche con i mezzi più aggiornati che la tecnologia mette a disposizione? Sono gli Stati autoritari, lo sappiamo, a mettere il bavaglio a Internet. Lo fanno per ragioni tutt’altro che pedagogiche: attraverso la censura cercano di tutelare il loro potere. E tuttavia vogliamo proprio avviarci lungo la stessa strada, quella di proibire, spegnere, e in ultima analisi affidare allo Stato la potestà dei figli?

L’abisso dei social è, non di rado, talmente spaventoso da spingerci d’istinto a sostenere proposte come quella di Starmer, così come altri tipi di limitazioni intese a ostacolare le fake news e la propaganda tendenziosa e disonesta di certi regimi privi di scrupoli. Recuperare un certo controllo sull’infinito digitale che ci circonda, e che ogni momento invade il nostro involucro individuale e la nostra comunità sociale, è quasi certamente una necessità.

Purtroppo, di questi tempi sembra che di fronte a emergenze, pericoli e anche semplici frizioni sociali si corra sempre a invocare gli “estremi rimedi” senza riflettere prima su quelli ragionevoli. L’idea di ragazzi che, strappati al telefonino, tornino a una vita intellettuale e fisica profonda e sana, ovvero che improvvisamente prendano a compulsare il Petrarca e si dedichino alla catalogazione della flora alpina, mi sembra francamente illusoria. Restiamo con la convinzione che noi, sia in forma di Stato sia di cittadini, abbiamo comunque una responsabilità in più rispetto ai giovani. Peccato che Popper e Churchill non siano più in giro a darci una mano.

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