NO, NON ESISTE LA LIBERTA’ DI INFETTARE

di DON ALBERTO CARRARA – Un infermiere, un dottore può dichiararsi no-Vax in nome della propria libertà? Sembra, a prima vista, una banale domanda che riguarda datore di lavoro, dipendenti, sindacati e, magari, il legislatore. E invece è tutt’altro, è molto di più. A quella domanda si può rispondere solo se si ha il coraggio e la forza di riferirsi alla filosofia, all’antropologia, alla morale, oltre che alla teologia. Naturalmente non è che tutte le volte che uno deve decidere di fare o non fare una certa cosa debba prendere in mano tutti quei trattati. Ma ciò che quei trattati dicono si trova dentro in tutte le piccole, minuscole decisioni della vita. Succede sempre così quando si ha a che fare con l’uomo. Perché l’uomo è troppo ricco, troppo complesso per giustificare tutto quello che fa con una affermazione che dà l’impressione di tagliare la testa al toro: faccio così perché sono libero.

Mi ha sempre impressionato un dato, semplicissimo. I grandi momenti della mia vita non li decido io. Non ho deciso io di nascere e non deciderò io di morire. E anche quando mi innamoro non decido io. È sicuro, infatti, che se mi innamorassi perché l’ho deciso sarebbe assolutamente sicuro che non mi sono innamorato.

Questo significa che non sono libero? No, perché una volta ricevuta da altri la vita, l’ho amata, e una volta che mi sono innamorato, ho vissuto con gioia tutto quello che l’amore per quella persona mi chiedeva, anche i sacrifici. E potrà perfino succedere che quando arriverà sorella morte, forse avrò il coraggio di guardarla in faccia. Le grandi morti, infatti, sono le morti accettate. (Siamo ormai alla settimana santa: la storia drammatica di quella morte è grandiosa non solo perché è la morte del Figlio di Dio, ma perché liberamente accettata, anche nei suoi orrori…).

Dunque: quello che vale per nascere, morire, innamorarsi vale per tutto. Si è liberi non perché si fa quello che si vuole, ma perché si fa bene, con dedizione, con fantasia quello che si deve. E ciò che si deve fare lo si deve soprattutto perché le relazioni con gli altri me lo impongono. Non sono solo. La cosa è di straordinaria evidenza nel caso del covid e del vaccino. Nessuno è libero di provocare il contagio agli altri. Tanto più se lavoro per curare i malati e quindi vengo richiesto e pagato proprio per curare chi si è ammalato. Non posso lavorare per evitare la malattia e, insieme, provocarla. Ci sta dunque che lo Stato arrivi persino a imporre per legge il vaccino ai sanitari, così come impone il camice e i guanti. Il lavoro va fatto in un certo modo, con tutte le garanzie per il malato. D’altra parte, se dovessimo affidare i nostri personali ricordi della pandemia a delle immagini simbolo a quali ricorreremmo? Non certo all’infermiere che rifiuta il vaccino, ma all’infermiera che si addormenta sulla tastiera del computer, stremata dalla fatica, o a quella tutta bardata che si sdraia sul letto e fa le coccole a un bambino che ne ha bisogno. Cioè: immagini non di gente che rifiuta quello che deve fare per sentirsi libero, ma che fa liberamente e generosamente bene quello che deve fare.

La cosa è talmente ovvia. Pardon: mi sembra talmente ovvia che mi chiedo come mai queste improvvise e, dal mio punto di vista, strane rivendicazioni di libertà? Anche la risposta mi pare ovvia: perché di libertà ne abbiamo poca. Siamo continuamente sollecitati, costretti, obbligati a fare: in famiglia, nel condominio, sui mezzi di trasporto, sul lavoro…

Il lavoro: un’immensa rete di relazioni pesantemente stabilite. Siamo talmente obbligati a tutto che, di tanto in tanto, qualcuno si sente in dovere di mettere in scena una fragorosa manifestazione di libertà. Perché sia fragorosa si deve fare là dove non si può o dove è irragionevole che si possa. Mi sono elevato sopra il gregge per dire che io sono il disobbediente, il solo libero. Mentre tutti corrono al vaccino, io, il solo libero, lo rifiuto. Poi domattina mi devo alzare alle sei, devo prendere la macchina, devo essere al lavoro alle sette e così il lunedì, il martedì, il mercoledì… Però sono libero. Sono libero?

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