Cento anni dalla nascita, 1 giugno 1926. Una ricorrenza ideale per tornare a parlare di Norma Jean Mortenson Baker, in arte Marilyn Monroe. Un perfetto compleanno per resuscitarla. Visse poco, troppo poco, ma abbastanza per assurgere a leggenda, anzi forse la sua morte prematura contribuì a celebrarla come un mito che era comunque già da viva. Marilyn morì il 4 agosto del 1962 per overdose di barbiturici: suicidio, o addirittura omicidio, con il movente di smantellare lo scandalo che stava montando a causa dei suoi legami con la famiglia del presidente John Kennedy e con lui… in particolare.
A un secolo dal giorno in cui Marilyn vide la luce, esattamente lunedì 1 giugno, è invece tutto da rivedere, da rileggere, da rifare: esce infatti nelle librerie, con un esemplare tempismo proprio in occasione di questa ricorrenza, una biografia postuma scritta da Andrew Wilson, scrittore, giornalista e autore di diverse celebri biografie. Wilson racconta un’altra verità. Marilyn Monroe fu vittima di un errore medico, del suo medico: avrebbe infatti prescritto l’idrato di cloralio che, abbinato al barbiturico Nembutal usato da Marilyn perché anch’esso prescritto dal suo dottore di fiducia Hyman Engerberg, avrebbe avuto l’effetto letale. Wilson, a corredo della sua ipotesi, porta un documento battuto all’asta nel 2011 con la firma del medico sulla prescrizione delle ricette.
Un artifizio commerciale? Il risultato di un cold case tra i più clamorosi di questo secolo, per quanti ancora ricordano l’immensità dell’icona bionda di Hollywood? Non pare importante la soluzione: continuare ad alimentare misteri intorno alla vita e alla morte di una celebrità, specie se così dirompente nel mondo come Marilyn, è esercizio umano collaudato. Fa vendere, anche 64 anni dopo la sua scomparsa. Vi sono centinaia, migliaia di donne la cui morte non ha mai avuto giustizia né verità, lo sappiamo bene noi italiani che tra le povere Chiara Poggi, Simonetta Cesaroni o Emanuela Orlandi – solo per citare le più ricorrenti su media, podcast, film, documentari, dibattiti – non abbiamo né soluzione né fine.
Il caso di Marilyn è assai diverso perché, avendo vissuto nella fama più imponente la sua carriera di attrice, fotomodella, cantante, anche casi come questo libro che riapre dubbi sul suo decesso contribuiscono a tenerla in vita a distanza di generazioni. Le ridanno luce, voce, anima. Ed ecco che si torna a parlare dei suoi matrimoni, il primo con un poliziotto (James Dougherty), poi quello con la stella del baseball Jose DiMaggio, infine con lo sceneggiatore Arthur Miller, altra firma superba dello spettacolo hollywoodiano. Un crescendo imperioso.
Ed ecco che si torna a parlare della sua fioritura precoce, della bellezza abbagliante, della sua finta sensualissima ingenuità, della sua gonna svolazzante per l’aria di un tombino. Ed ecco che l’Academy Museum di Los Angeles ha aperto da poche ore la mostra “Marilyn Monroe, Hollywood icon”, che espone tra l’altro il famosissimo abito rosa shocking, ma anche le sue lettere, i suoi appunti (non esattamente diari), i suoi copioni. C’è una canzone di Lucio Dalla, dedicata a Milano, che si conclude con queste parole: “Milano lontana dal cielo, tra la vita e la morte, continua il tuo mistero”. Sembra scritta per Marilyn, che vive ancora, a noi più vicina che mai. Ai milioni di persone, uomini e donne, che l’hanno sognata e continuano a farlo.
