MENTRE I (PRE)POTENTI FANNO IL ROTARY DELLA PACE, L’IRAN E’ L’INFERNO DI GIOVANI E DONNE

Una vacanza sulla neve a Davos e già i riflettori si sono trasformati in lampade a olio, che fanno giusto un poco di chiaro nelle tenebre orrorifiche dell’Iran.

Visto il perdurante blocco di Internet, i pochi contatti e le scarse comunicazioni che arrivano a noi non sono rassicuranti. Si continua a morire e i guardiani del regime cercano di stanare quelli che hanno riconosciuto tra i rivoltosi.

Intanto, dalla vacanza sulla neve, veniamo a sapere da Trump che l’Iran vuole parlare e che lui è disposto a farlo. Quale dialogo sia possibile con chi detiene il potere in Iran è difficile da immaginare, ma ciuffo d’oro sa tutto e può tutto. Quello che non sappiamo e non capiamo noi è perché debba farlo lui, a meno che anche in Iran, come a Gaza, abbia intenzione di costruire grattacieli e resort per la bella vita.

Uno dei drammi veri in questo momento è che in Iran non si percepisce una guida definita e definitiva per l’opposizione, per l’alternativa, ed è qualcosa che certo agevola le incursioni dall’esterno, per quanto frenate da tutto il Medio Oriente e anche oltre, che di fatto teme un Iran che sia un modello libero e meno inquadrabile, un modello che potrebbe ispirare altre rivolte e mandare all’aria un pur presunto e pur precario equilibrio.

Non credo che il popolo iraniano attenda con trepidazione l’intervento di Trump, il popolo iraniano sa che le cose potrebbero persino peggiorare in quel caso, tra rischi bellici e accordicchi mascherati da cuccagna all’improvviso. Credo che il popolo iraniano sia troppo intelligente e istruito per cedere la propria rivoluzione a un mercante incolto come Trump, troppo orgoglioso e fiero per cederla a chiunque.

Manca un condottiero, maledizione, questo non si può negare, e dubito possa esserlo il figlio dell’ultimo Scià, Reza Palhavi.

Quel che si deve ed è giusto fare, ad ogni modo, è amplificare le notizie che continuano ad arrivare. L’attivista e scrittrice Pegah Moshir Pour (ospite di AI Festival), ad esempio, ci ricorda che “la maggior parte dei manifestanti ha meno di 35 anni e sta morendo. L’Iran in questo momento è nel buio più totale e ancora peggio, nel silenzio globale, Internet è stato tolto dal regime proprio per non dare la possibilità di documentare e raccontare quello che sta accadendo….non abbiamo capito la gravità di quello che sta accadendo in Iran: da oltre venti giorni 92 milioni di persone sono senza connessione, senza voce, senza possibilità di documentare. Da 47 anni gli iraniani cercano di costruire un futuro diverso. Questa volta non si tratta di semplici rivolte: è una rivoluzione, iniziata il 28 dicembre e diffusa dalle grandi alle piccole città. Oltre il 90% della popolazione non vuole più questo regime, non una repubblica, ma un regime fascista, misogino, razzista e sanguinario. Vivere oggi in Iran, soprattutto per una donna o per un giovane, significa nascere con un destino già scritto. Chi vive fuori dall’Iran ha una responsabilità ancora maggiore: chiedere responsabilità politica, prima ancora che solidarietà. Dobbiamo agire ora. Prima come esseri umani. Poi come cittadini”.

Quest’ultima considerazione deve colpirci come un macigno. L’Iran in questo momento vive nel buio più totale e, come volevasi dimostrare, basta poco per dimenticarci in fretta di questa seccante rivoluzione.

Cerchiamo di non spegnere i riflettori e nemmeno le lampade a olio, se di meglio non riusciamo a fare. Nonostante le vacanze sulla neve, Davos e quella tragica buffonata che ne è venuta fuori.

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