L’INGIUDICABILE FINE VITA DI UNA MADRE

Gianni Ghiotti è un operaio di Piovà Massaia, in provincia di Asti. Viene descritto come un tipo mite, pacifico, rispettoso. Un bel giorno però s’incammina per la strada, affianca l’automobile di una sua amica e ne sfregia la fiancata. Forse non sa che ci sono telecamere attive che lo riprendono, forse lo sa ed è proprio uno dei motivi che lo spingono al gesto.

Forse una, forse l’altra, non lo sappiamo, ma a seguito della denuncia dell’amica contro anonimi e a seguito della visione delle riprese della telecamera, Gianni Ghiotti viene convocato in questura. Il tempo di sedersi, il tempo di appurare le generalità e abbozzare il motivo della convocazione e lui confessa. Senza freni. Anche un’altra cosa.

Confessa che tre anni prima la madre novantunenne non è morta in modo naturale, come a tutti apparve evidente, confessa di aver accolto il suo grido di dolore e, dopo averle somministrato qualche sedativo, di aver appoggiato dolcemente un cuscino sul suo volto fino all’esaurimento dello stremato alito vitale.

La madre, sofferente da tempo a causa di una dilaniante osteoporosi, pare avesse espresso più volte il desiderio di vedere reciso prematuramente il filo della propria esistenza. Gianni, che ha vissuto in simbiosi da sempre con questa donna probabilmente dominante e autoritaria, pensa che sia giunto il momento di assecondare la sua richiesta, ritiene che abbia raggiunto l’apice del dolore e che oltre ci possa essere solo una fiammella.

Inevitabile il processo. Pur con tutte le attenuanti, inevitabile la richiesta di sette anni di carcere, ma sorprendente l’epilogo: il giudice Federico Belli concede l’assoluzione piena.

«Non ho dormito la notte, ma bisognava prendere una posizione. E comunque siano andate le cose, gli elementi di fatto non mi consentivano di sostenere che l’anziana signora fosse stata uccisa. La confessione del figlio è priva di riscontri», queste le sue parole.

«Meritava il beneficio del dubbio. Non ci sono prove inoppugnabili che Lucia Tortella sia stata uccisa. E il codice è chiaro, la colpevolezza deve essere oltre ogni ragionevole dubbio»

«Ghiotti racconta che quella mattina la mamma stava male, che si era arresa. Dice di averle dato dello Xanax e di averla soffocata con un cuscino, tenendolo premuto per dieci minuti. Sul corpo non c’erano segni di violenza. È mai possibile? I soccorritori e il medico legale non trovano nulla che induca a pensare a qualcosa di diverso da una morte naturale. C’erano tracce di benzodiazepine nel fegato, ma la signora ne faceva un uso massiccio da anni. Il comportamento di Ghiotti al momento della morte della madre è quello di un figlio che ha perso un genitore, non era preoccupato o nervoso».

«Ho unito le regole del codice penale e l’umana comprensione. Veramente vogliamo dire che quell’uomo meritasse il carcere? Anche posto che abbia messo fino alle sofferenze della madre, non dimentichiamo che per quella donna l’alternativa era restare ancora uno o due anni immobilizzata a letto».

La notizia, chi l’ha riportata, racconta di un figlio che ascolta il grido di dolore della madre, ne asseconda l’estremo volere e riceve poi la clemenza della giustizia perché riconosce l’atto d’amore. La giustizia, il giudice in prima persona, racconta qualcosa in più, se non di diverso: la disamina degli inquirenti che mettono in dubbio la confessione del figlio, o quantomeno la necessità di metterla in dubbio per poter manifestare l’appoggio umano ritenuto doveroso, per poter emettere una sentenza assolutoria.

Una sentenza e un caso per molti versi unici, un caso straziante comunque lo si voglia vedere.

Magari Gianni avrebbe prima o poi agito come ha agito, o come ha raccontato di aver agito, ma una normativa chiara e definitiva sul fine vita attende da tempo immemore. I nostri politici del resto sono tutti presi a vivere la loro di vita, finché dura, per loro non è una priorità, è una delle leggi destinate a slittare per antonomasia. Al di là di Gianni Ghiotti, ognuno, nel frattempo, si arrangia come può, o come non può.

Non è facile, non è facile scegliere e decidere, ma per statuto nemmeno rappresentare in Parlamento un Paese dovrebbe esserlo.

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