LA TOPPA DELLA FIFA PEGGIORE DEL BUCO

La letteratura e la storia del cinema sono ricche di trame ispirate ad avvenimenti che hanno cambiato la giurisprudenza, consentendo di correggere o abolire leggi sbagliate e di introdurne di più eque. Riguardavano i diritti delle minoranze, delle donne, dei lavoratori… Scaturivano da battaglie civili, da lunghe lotte nelle strade o nei tribunali, ma anche da piccoli e grandi gesti come quello ricordato in questi giorni: il rifiuto di Rosa Parks di cedere il posto a un passeggero bianco, su un autobus a Montgomery, innescando una lunga lotta che portò al Civil Rights Act del 1964, a seguito del quale furono vietate importanti forme di discriminazione, comprese quelle basate su razza e sesso.

Non c’è invece proprio niente di epico nel Consiglio della FIFA, che si tiene in questi giorni e durante il quale il più alto organismo del calcio proverà a modificare l’articolo 27 del regolamento a 3 mesi di distanza dal caso Balogun, il calciatore statunitense espulso durante gli ultimi Mondiali durante la partita contro la Bosnia per un intervento su Muharemovic. La squalifica sarebbe scattata in maniera automatica da regolamento, ma la FIFA (causa soprattutto le pressioni partigiane di Donald Trump nei confronti dell’amico Gianni Infantino) costrinse la Disciplinare a ritirarla. Una vicenda che ha cambiato la storia del calcio in negativo, sollevando qualcosa di più che semplici sospetti oltra a un ciclone di polemiche.

Comunque vada a finire la questione, si crea un precedente pericoloso e discutibile, perché la questione non è stabilire adesso se l’espulsione di Balogun fosse eccessiva o se la FIFA avesse ragioni sufficienti per intervenire, ma capire se un organismo internazionale possa modificare le regole dopo un episodio controverso, con il rischio di costruire una giustificazione normativa a posteriori per una decisione già presa.

La giustizia si valuta in sentenze basate su leggi, regole, che devono precedere i fatti, non inseguirli. La netta sensazione è che non si stia cercando di migliorare la giustizia sportiva, ma di proteggere chi l’ha amministrata. Convincere i legiferatori a modificare i testi, come detto, può anche essere la conseguenza di un carosello mediatico assordante, ma deve basarsi su norme chiare e procedure trasparenti. Qui non è in ballo un sistema giuridico, ma la credibilità di chi lo sta forzando. Nello sport come nella vita, le regole sono stabilite in anticipo, dunque vanno applicate, rispettate e fatte rispettare. Una cosa è riconoscere che una norma presenta una lacuna e modificarla per il futuro, con trasparenza e criteri generali. Un’altra è intervenire quando il caso è già esploso, le polemiche si sono consumate e gli effetti sportivi si sono prodotti. Nel secondo scenario, anche una riforma tecnicamente legittima rischia di apparire come una toppa istituzionale e pare proprio questo il caso.

Il Consiglio della FIFA, ai membri dei quali è stata inviata con grande anticipo una lettera con l’ordine del giorno di cui stiamo parlando, vuole migliorare lo stato delle cose o cucire una pezza a uno strappo vecchio di 3 mesi? Si trattava di una decisione molto scomoda, difficile da difendere: la squalifica dopo un’espulsione è automatica, lo è da sempre. L’eccezione, la prima, inspiegabile – al di là che la decisione arbitrale fosse stata eccessiva o no, perché nemmeno questa è mai stata una variabile sufficiente a giustificare un cambio in corsa del codice disciplinare – vive un secondo atto che appare non solo inopportuno, ma addirittura illegittimo. Il confine è sottilissimo, dato che non capiremo comunque il motivo per cui una norma (se inadeguata) non fosse stata cambiata prima. La risposta viene naturale: forse perché non era affatto inadeguata e altri fattori, altre pressioni hanno contribuito a renderla tale. Altro che Rosa Parks: la Fifa ha fifa…

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