LA SCUOLA CHE RITROVANO (SE LA RITROVANO)

di MARIO SCHIANI – Rieccoli. Li ritroviamo per strada, nelle tarde ore del mattino e in quelle del primo pomeriggio. Capannelli, spinte, risate, qualche urlo. Con loro, un armamentario di zainetti, mascherine ammainate oppure avvolte al gomito, apparecchi che emettono litanie rap a volume inversamente proporzionale alla loro dimensione.

Parliamo degli studenti: richiamati in classe in questo settembre confuso, nel quale si insiste sulla ripartenza, ma soprattutto si attende. Siamo come atleti dopo una falsa chiamata dello starter: c’è un clima di sospensione, di aspettativa per quel che tra poco dovrà comunque accadere, ma anche di completa incertezza.

Nell’attesa si parla e si legifera. Soprattutto di scuola: docenti e personale devono esibire il Green pass. E i genitori che vengono a riprendersi la figliolanza a scuola? No, forse. Anzi: sì. E loro, i ragazzi? Se in classe sono tutti vaccinati niente mascherina, altrimenti mascherina dai 6 anni in su. E come si pensa di tenerli inchiodati alle seggiole perché non si ammassino (lo studente, in generale, tende all’ammassamento così come le molecole di mercurio tendono a separarsi)? Basterà il Vinavil?

Tutti parlano della scuola e tutti parlano degli studenti. Nessuno però sembra parlare con gli studenti. State buoni ragazzi, i grandi stanno discutendo sul da farsi. Con che risultati, questo è un altro discorso: l’importante è che venga mantenuta una parvenza di autorità.

Perfino i divulgatori più celebrati si distraggono: Alessandro Barbero ha passato un’estate difficile tra foibe e Green pass. Il popolare storico ha firmato un documento contro l’obbligatorietà del Green pass per l’ingresso, anche degli studenti, nelle Università. L’uscita ha sollevato un polverone, probabilmente inutile: qualcuno aveva già escogitato un sistema per tenere i ragazzi fuori dalle aule. Soluzione semplice ma geniale: è bastato inserire delle “domande sbagliate” nei test d’ingresso alle Facoltà di Medicina. Noi, ingenui allo stato brado, restiamo a bocca aperta: di “risposte sbagliate” avevamo sentito parlare, hai voglia, ma di “domande sbagliate” mai. Di che cosa si tratta? Domande di logica illogiche, altre scritte male e senza possibile risposta, altre ancora che contengono errori ripetuti. Con simili trappole, come volete che gli studenti riescano a farsi ammettere? Niente ammissioni, niente assembramenti: risultato raggiunto.

Qualcuno però si è accorto dell’inghippo e il Ministero ha dovuto annunciare che le “domande sbagliate” non verranno considerate nella valutazione dei test. Svanisce così l’effetto anti-Covid e, insieme, ogni residua fiducia nel sistema educativo italiano.

Ma allora come si fa a tenere gli studenti fuori dagli atenei? Nel nostro piccolo, suggeriamo che all’apertura dell’anno accademico venga invitato un ministro a caso, non facciamo nomi, il quale, nel discorso augurale, provveda a scagliare qualche congiuntivo dei suoi, quelli famosi a effetto-shrapnel. Sistema doloroso ma risolutivo: vedremo gli studenti disperdersi alla svelta e in ogni direzione.

Mentre qualcuno in alto loco valuta la proposta, è probabile che nessuno si sia ancora preso cura degli studenti, almeno in senso classico, ovvero didattico. Niente paura ragazzi: prima o poi penseranno anche a voi. A questo punto, però, non sappiamo se è un augurio o una minaccia.

 

 

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