Il Seicento, passato alla storia come “il secolo di ferro”, a causa delle innumerevoli sciagure che lo hanno funestato, fu anche il secolo del Barocco, della deformità portata a simbolo di bellezza, come il termine “barrueca”, che indica una preziosissima perla deforme, sta ad indicare. Ebbene, in quel secolo cupo, di guerre e di pestilenze, nulla pareva più nobile che rappresentare la vita su un palcoscenico. L’aveva già preconizzato il Tasso, quando, per il duello di Clorinda e Tancredi, si lagnava che avvenisse al buio, in un luogo deserto, e non davanti al pubblico di un celebre teatro. Era, forse, l’apice (o, meglio, il fondo) della barbarie: la morte come spettacolo pubblico.
La prova che viviamo una stagione che non ha nulla da invidiare al XVII secolo risiede nella recente notizia della volontà, da parte del governo statunitense, di trasmettere in streaming un’esecuzione capitale. Per la precisione una fucilazione.
Subito, si sono levate molte voci, contro questo obbrobrio: sta di fatto che l’obbrobrio, comunque, rimane. I governanti di un Paese, sedicente civile, ritengono che sia opportuno trasmettere pubblicamente la fucilazione di un essere umano. Intendiamoci, il condannato le sue brave colpe ce le ha, eccome: si tratta del maggiore dell’esercito Nidal Hasan, autore della famosa strage di Fort Hood, in cui morirono 13 persone e altre 32 rimasero ferite. Il che, nell’ottica della giustizia americana, giustificherebbe la sua condanna a morte, nonché, in qualità di reato militare, commesso da un soldato, di morte per fucilazione.
Non dico certamente che Hasan meriti la morte: la legge del taglione non mi ha mai convinto. Ma non credo sia questo il punto: è la decisione di trasformare un’esecuzione in un evento mediatico che mi pare travalicare il confine impalpabile della barbarie. E massime se questo si decide a scopo educativo, come monito, come esempio. Perché i giovani, che già hanno la deprecabile tendenza, mercè i videogiochi e tutta la realtà virtuale, a ritenere la morte qualcosa di rimediabile, comunque di banale, come nel caso dei loro eroi digitali, che, dopo essere stati disintegrati, tornano tranquillamente a combattere, certamente coglierebbero soltanto l’aspetto spettacolare di questa esecuzione: non li sfiorerebbe nemmeno il pensiero dell’angoscia del condannato o, in astratto, del problema della giustizia capitale. Insomma, la morte in diretta di questo assassino non insegnerebbe nulla, non risolverebbe nulla: sarebbe soltanto un omaggio alla più pestilenziale morbosità, alla spettacolarizzazione anche di ciò che è più intimo e più sacro. In altre parole, una dimostrazione plateale di assenza della più elementare civiltà, tanto giuridica quanto umana.
Eppure, il Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha dichiarato, tutto fiero, che Nidal Hasan sarà fucilato, con tutti i crismi del caso, affinchè la gente capisca che certi delitti portano a certe conseguenze. Come dire che, facendoti vedere una fucilazione, tu capirai che se ammazzi tredici persone, il minimo che ti può capitare è pagarla cara. Eh no, caro Hegseth, non attacca: non è così che si ottiene una società civile e pacifica, ma lavorando sulle coscienze. Non sulla pancia della gente.
La verità è che, purtroppo, come sempre più spesso accade, gli Stati Uniti si danno ad operazioni di facciata, a messinscene mediatiche, per mostrare al mondo e a se stessi quanto sono forti, sicuri di sé, potenti. Ma la verità è che si dimostrano sempre più deboli, insicuri, vacillanti: sono l’ultimo rigurgito di una società alla canna del gas. Il declino della civiltà occidentale passa proprio di lì, dal 100 di Pennsylvania Avenue. E da un governo che fa gli spot pubblicitari mostrando in diretta un uomo che muore. Il Seicento sarà anche stato il secolo di ferro, ma questo sta diventando il secolo di spazzatura, per dirla in francese. E stiamo attenti a non intraprendere anche noi quella strada: i segnali, purtroppo, ci sono tutti.
