IL VERO MAZZOLA CHE HO AMATO DA MILANISTA

Caro Sandro, è stato un caso se non ho scelto te. Solo un caso. Già leggevo i giornali sportivi, c’era poco calcio in tv quando ero bambino: Mazzola e Rivera, Rivera e Mazzola, Mazzola e Rivera…

Capirai, per un ragazzino milanese che amava correre per ore dietro a un pallone, all’oratorio, in montagna, in spiaggia, in punta di dito sul tavolo con un tappetino verde e i giocatorini di plastica, il sogno di andare a vedere Mazzola o Rivera a San Siro era il più grande del mondo.

Fu un cugino milanista a portarmi a vedere Rivera dal vivo. E addio Mazzola…

Il fascino per quelli che giocavano come te, però, quello non ha mai smesso di accompagnarmi, avvolgermi ed emozionarmi. Amavo i tuoi palleggi rapidi, i tuoi scatti improvvisi, i tuoi lanci e i tuoi gol, la naturalezza dei tuoi movimenti, lo sguardo da furetto e il sorriso ironico, le frasi pungenti e quella rivalità elegante, di classe, con Rivera. Le stilettate da leggere tra le pieghe attraverso i vostri toni soffusamente sarcastici.

“Vuolsi così cola dove si puote”, dicesti sereno al microfono di Beppe Viola la sera del tuo ritiro, alla fine di un derby perso in finale di Coppa Italia. Significa che la volontà di chi comanda è inoppugnabile, indiscutibile. Terzo Canto dell’inferno nella Divina Commedia. “Vuolsi così cola dove si puote”, detto da te, finto umile quella volta, suonò come “ho fatto quello che ho potuto”, mentre stavi entrando trionfalmente nella leggenda del calcio italiano.

Mi è sempre piaciuto Sandro Mazzola, ancor di più quando quella seconda casa che erano gli studi televisivi ci ha poi fatto conoscere e incontrare mille volte. Se dovevi parlar male di qualcuno, in onda facevi solo una battuta che andava capita e interpretata, sottovoce mi sussurravi all’orecchio cosa ne pensavi davvero. Perché non parlavi male di nessuno, anche se si trattava solo di criticare o discutere un giocatore.

Mi ricordo la prima intervista nella sede dell’Inter in Foro Bonaparte, le piccole assi lucide del parquet che scricchiolavano sotto ai timidi piedi di un giovane cronista, l’addetto stampa Danilo Sarugia – saremmo diventati grandi amici, negli anni – che viene a chiamarmi nel salottino con il divanetto di velluto: “Vieni, milanista, Sandro ti aspetta”. Eri dirigente del club. Ti raccontai del mio amore empirico per te e Rivera senza ancora avervi visto giocare (“Hai scelto male”, ti vidi sorridere dietro al sigaro e sotto i baffetti perenni), parlammo del calcio che cambiava e della tua vita, che pure era molto cambiata dal campo alla scrivania. Senza malinconia, perché eri felice di continuare a dedicarti alla tua Inter amata, amatissima.

O quella volta che, con telecamere e faretti, stavamo per intervistare in tv l’avvocato Peppino Prisco, tu piombasti nello studio, guardasti me e l’avvocato, ti mettesti le mani in testa: “O madonna signur, cosa ci fa qui questo qua?”.

So che ci credi, perché ne parlammo dietro le quinte a Telenova: ho sofferto quando te ne andasti dall’Inter che non reggeva due teste pensanti, la tua e quella di Moratti, anzi solo la tua era davvero pensante in effetti, ed è questo che quindi pesava al presidente…

Mai ti vidi veramente arrabbiato: sbottavi col sorriso, allargavi le braccia, scuotevi la testa. Un sorriso può essere un dissenso potente mentre qualcun altro sta parlando, prendendosi terribilmente sul serio anche mentre dice una scemenza. Classe. Una parola indeclinabile, imperscrutabile: diceva sempre Maurizio Mosca che un clochard può avere più classe di un nobile. Una schiappa può avere più classe di un campione. La classe è stile, eleganza, sagacia. La classe, appunto, è dissentire con un sorriso.

Ti interrogai sul difficile rapporto con tuo fratello Ferruccio, non dribblasti con la solita movenza (quasi inclinato in avanti piuttosto che sul fianco), ma interruppi il tuo malessere parlando d’altro. Un assist a Mazzola, chi altro al mondo potrebbe vantarsene?

Mi mancherai. A un milanista che ha amato Burgnich, Facchetti, Bellugi, Suarez, Corso, Boninsegna, Beccalossi, Altobelli, Riccardo Ferri, Zenga, Collovati, Serena… Un milanista che ha amato gli uomini dopo aver visto i campioni. Sono sicuro che ci ritroveremo un giorno negli studi celesti, sono sicuro che ripeterai: “Oh madonna signur, cosa ci fa qui questo qua?”. E sorrideremo.

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