FLASH MOB

di GIORGIO GANDOLA – Non è un flash mob. Quegli undici camion mimetizzati dell’esercito sono il simbolo della morte invisibile. Escono da Bergamo a passo lento per trasportare i feretri nei forni crematori di Modena e Bologna; una pietosa processione nella notte, mentre dalle finestre qualcuno filma, qualcuno piange, qualcuno prega.

E’ lo strazio di una città spezzata dal dolore, icona di quel cattolicesimo lombardo impasto di devozione e azione, che non riesce a seppellire le vittime del Coronavirus. Non tutte, non subito, perché il numero dei decessi è impressionante e neppure nel cuore dell’efficiente Lombardia si può tener dietro al ritmo.

Quegli undici camion sono grani di un immenso rosario e al tempo stesso un pugno nello stomaco di un Paese che non ha piena consapevolezza della guerra in corso e del dolore. Non è un flash-mob, è l’incontro con la morte. È la realtà che spazza via con un’immagine, con un filmato tremolante da iPhone, la rappresentazione teatrale della resistenza da terrazzino liberty. Il trombettiere, il chitarrista, Ricky Gianco che canta, i vip che danzano al City Life, sintonizziamoci alle 18 per l’applauso collettivo, #celafaremoinsieme (detestabili gli hashtag, tutti, dal giorno di #abbracciauncinese), fratelli d’Italia e di taglia.

Tempo scaduto, adesso si fa sul serio. E quella fila di camion ci sta gridando di stare in casa perché fuori si muore, perché nella Stalingrado della lotta al virus la battaglia è violenta. Anche se non si vede il mirino dei cecchini, anche se non si sente il fischio degli Stukas.

Immagini così le avevamo viste a Sarno dopo l’alluvione, ad Assisi e a L’Aquila dopo i terremoti, a Pristina durante la guerra del Kosovo. Immagini così potrebbero perfino toccare le teste vuote dei malati di jogging, che pensano si tratti di un periodo di ferie fuori stagione.

Quei camion mimetizzati che escono lentamente nella notte bergamasca stanno facendo il giro del mondo, soprattutto il giro del web con commenti stranianti: «Ma davvero è così?», «Allora è meglio pregare».

Ecco si, il tempo degli happening è finito e ha lasciato il posto a quello del rispetto e del silenzio. È arrivato il momento del lutto nazionale. I camion dell’esercito ci stanno dicendo che nella Bergamo dei mille che fecero l’Italia si lotta per la vita.

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