Ok Ci sono ancora, in giro, scampoli di giornalismo: nei luoghi di guerra, in cronaca per lo più nera, in qualche programma tv che non sia solo “Le iene”. Per il resto, la giungla ha perso reporter, ma si è infittita di giudici e tribunali social: eserciti di sparasentenze i quali spesso non fanno nemmeno distinzione tra notizie e bufale, tra verità e fake. Commentano, giudicano, insultano, avanti un altro. Non è giornalismo, è… Non so come si chiama il mestiere degli influencer. Nemmeno sui quotidiani si trovano spesso inchieste o approfondimenti minuziosi, dettagliati, documentati. Quelli che hanno alimentato romanzi, film, storie appassionanti e appassionate di una professione diradata. Lontana.
L’esempio di cui parlo oggi non è semplicemente significativo: è eclatante. Il precursore fu “Studio Aperto” di Italia 1, qualche lustro fa. Arriva l’estate, arriva il caldo e gli inviati vengono sguinzagliati tra spiagge e fontane, caselli e piazze assolate. Intervistano la qualunque: “È al mare per rinfrescarsi?”, “Ha fatto il bagno?”, “Siete in coda perché andate in vacanza?”, “Preferisce la montagna?” (a uno che è vestito da alpino e cammina su una mulattiera a 2000 metri). Piano piano si sono adeguati tutti i tg: Rai, Sky, La7 e le altre reti Mediaset. Così aumentano le “inchieste” in mezzo alla gente comune: “Sta a casa nelle ore più calde?”, “Bevete molto e mangiate frutta?”, sicché il modello si ripete in inverno sostituendo il caldo con il freddo. Sicché gli stessi servizi di qualche anno fa possono essere replicati ogni giorno. Senza che il telespettatore se ne accorga.
Non cambia nulla nemmeno adesso che la canicola, il forno, sono prolungati per settimane, mesi: basta replicare, ripetere, esasperare un po’, ma non è necessario cambiare il canovaccio. È sufficiente dare la parola a compiaciuti tenenti colonnelli del servizio meteorologico dell’Aeronautica, i quali sorridenti fanno vedere le loro cartine con il sole rosso su tutta l’Europa, con 2 gradi in meno qua, 2 gradi in più là, percepiti, al suolo, eccetera. Ci dicono che il mare si surriscalda, si inseguono i record confrontando un’estate con un’altra, ci dicono che l’oceano bolle, che gli squali spiaggiano e i cinghiali passeggiano per le vie del centro, i lupi azzannano, i gabbiani dimagriscono.
Ma chi fa cosa? Chi ha idee per provare a cambiare? Chi in effetti si è già messo all’opera? A quali rimedi stanno pensando governi, nazioni e continenti tra un missile e un drone? Cosa bisognerebbe finalmente cominciare a fare, partendo dagli scienziati per finire al cittadino in coda, in spiaggia, in piscina?
Silenzio. Silenzio canicolare. Dei tg, dei giornali, delle rubriche, di tutti. Un silenzio assoluto, sudato e accaldato. Per trovare qualche spunto, udite udite, bisogna bazzicare sui social. Così come tra le reti tv puoi imbatterti in documentari, programmi culturali, storici, scientifici tra un’isola dei famosi, modelle e tronisti, magari avendo voglia di cercare, altrettanto sui social puoi seguire account e profili di gente che dice qualcosa. E trovare qualcuno che li ascolta.
Nel nostro piccolo, senza pretendere nessuna medaglia, ad @ltroPensiero.net ospitiamo da anni gli articoli del bravissimo agronomo Paolo Caruso che, oltre a snocciolare con coraggio problemi tenuti nascosti da multinazionali, grande distribuzione e politica, indica soluzioni concrete.
Un altro esempio, meno partigiano. Su LinkedIn, Sébastien Poulin ha 73.731 follower. Parla di green world. È volontario nell’organizzazione “Plastic Free” che si impegna a ripulire dai rifiuti decine di migliaia di chilometri sulle sponde dei fiumi e sulle spiagge. Si presenta scrivendo: “Aiuto le aziende a ridurre la loro impronta di carbonio”. Tra le decine di post che pubblica quotidianamente, uno è di queste ore: “A partire dal 21 novembre, l’Europa chiude le porte alle esportazioni di rifiuti plastici (…). Ogni anno, l’UE spedisce 35 milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’estero (…). Una parte viene inviata in paesi che non dispongono né di infrastrutture né di mezzi per trattarli. Sappiamo bene cosa succede poi: discariche a cielo aperto, incenerimento abusivo, inquinamento del suolo e dei fiumi (…)”.
In sostanza, l’Europa si assume la responsabilità dei propri rifiuti. La smette di scaricare ad altri immondizia e problemi. Una prima goccia, sia la decisione dell’UE che la notizia data da Poulin. Una prima goccia per tornare a riempire il mare della terra che soffoca: prendersi ciascuno le proprie piccole responsabilità porterebbe a grandi risultati. Basta saperlo. O almeno intuirlo.
