ESAMI PIU’ SERI A SCUOLA, VIVA LA NUOVA RIVOLUZIONE FRANCESE

Io ho sempre detestato l’insopportabile esterofilia della scuola italiana: questo imitare tutto ciò che venga da fuori, fosse pure razzumaglia, per il solo fatto che non sia roba italiana. L’uso scriteriato e bamboccesco dell’inglese, ad esempio. Oppure la pletora di -ismi di cui i nostri strateghi educativi si riempiono la bocca: cognitivismo, costruttivismo, diavoloaquattrismo.

Eppure, la notizia che viene dall’estero e che riguarda la scuola mi molce la cura, quasi fosse un balsamo, proprio perché spero che la stramaledetta esterofilia, una volta tanto, ci faccia gioco e che, finalmente, imitiamo una cosa intelligente, invece delle solite corbellerie. La notizia è questa: in Francia, dopo un’autentica sollevazione popolare contro il facilismo scolastico, si è deciso di rendere un tantino più selettivi gli esami di “Brevet”, che sarebbero una sorta di esami di terza media: in pratica, il ministro dell’istruzione Geffray ha presentato al popolo una riforma che, finalmente, rappresenta un passetto indietro, rispetto agli infiniti interventi peggiorativi che, dal ’68 in poi, hanno messo in ginocchio le scuole di mezza Europa. Un leggerissimo indurimento dei criteri: un piccolissimo ritorno ai contenuti, dopo decenni di competenze stabilite a pera dalle bassaridi del “libero per tutti”.

Eggià, perché, a forza di bestialità educative, ormai, da noi come oltralpe, gli esami sono diventati delle mere formalità, la cui difficoltà unica e sola è quella di capire cosa diavolo mai vorranno dire le frasi a capocchia che il ministero sciorina per spiegare come si fa a promuovere tutti quanti. Basta! Si devono esser detti i genitori francesi, dopo aver capito che le promozioni facilissime creano enormi aspettative, che la vita vera, poi, riduce in brandelli: torniamo ad una scuola un minimo selettiva, visto che, fuori dalla scuola, la competizione, la lotta per sopravvivere, è sempre più feroce. Così, si comincia dal “Brevet”, per poi puntare al “Bac”, ovvero la nostra maturità. Intendiamoci, queste sono solo belle parole: non è che, da domani, in Francia si tornerà a studiare seriamente. Tuttavia, il segnale è, di per sé, meraviglioso.

Specialmente per uno come me, che, da quarant’anni, va dicendo che la scuola non prepara alla vita e, soprattutto, che le cose peggiorano anno dopo anno, a colpi di inclusione, di accoglienza, di recuperi, di esigenze educative speciali, di facilismo e di malinteso Don Milani. Perché, dal dire che tutti devono avere gli stessi diritti allo studio e alla preparazione, si è arrivati al postulato secondo cui siamo tutti uguali: geni e cretini, lavativi e sgobboni. E questo, lasciatemelo dire, è il disastro definitivo: il naufragio educativo ottimo massimo.

Ben venga, dunque, questo timidissimo segnale che ci lancia la scuola transalpina: voglia il cielo che Parigi, da cui è originata la malintesa deriva del ’68, sia il punto di partenza di un ritorno al buonsenso e alla civiltà. E noi, eterni boccaloni, sempre pronti a fare il verso agli altri, speriamo che, questa volta, lo facciamo per davvero questo benedetto verso. E che cominciamo, un po’ alla volta, a buttare in discarica le tonnellate di scemenze assortite che la scuola italiana ha accumulato nel tempo: primi fra tutti i maledettissimi Decreti Delegati. Che sono un portato dell’idea sovietico-assembleare di scuola, tutta fatta di commissioni, consigli, collegi, comitati e consimile pattume burocratico. I Decreti Delegati hanno cinquantadue anni: sono obsoleti, anzi, decomposti.

Che la scuola, dunque, torni a essere trasmissione di cultura, formazione di persone, oltre che di chiacchiere psicologistiche: che si liberi di tutto questo grasso inutile, che la svilisce e la rallenta spaventosamente. E torni, per la miseria, l’idea che a scuola si fatica: che il sapere non si conquista ridendo e cantando, ma costa sudore. Ma anche che, alla fine, si raccoglie quel che si ha seminato. Evviva la nuova rivoluzione francese, perciò: allons enfants de la Patrie! E, come abbiamo copiato loro il Tricolore, speriamo di copiare anche la Restaurazione. Quella buona, ovviamente.

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *