COVID, INFANTILISMO, TRUMP E IL RESTO

di DON ALBERTO CARRARA – Una delle conseguenze del covid è che si è innescata una tendenza a semplificare tutto. Il covid farà cambiare il modo di vivere, il covid costringerà a fare impresa in maniera diversa, il covid chiede alla scuola di rinnovarsi profondamente, il covid ha insegnato agli ospedali a comportarsi in maniera nuova. Eccetera. Sintesi: niente sarà come prima.

Viene comunque un dubbio. La pandemia ha reso difficile capire le cose complesse. Perché, quando arriva la pandemia, una cosa sola diventa necessaria: guarire. E tutto il resto non interessa più. Solo che questa umanissima monomania, ci ha resi monomaniaci su tutto. Tutti ci auguriamo che si riprenda. Ma se tutto riprenderà, ci accorgeremo che molte cose sono come prima, cioè complicate. E dovremo prendere atto che anche il desiderio di semplificare tutto era un sogno. E per vivere bisogna, sempre e dolorosamente, smettere di sognare.

Così vicini, così lontani

La reclusione ci ha infantilizzati, afferma lo psichiatra Massimo Rabboni. E il motivo è che il lockdown ci ha resi o troppo vicini o troppo lontani. Manca lo spazio giusto che unisce senza fondere e allontana senza separare. Invece il lockdown ha allungato troppo quello spazio quando ci ha separato da amici, colleghi, e tanta altra gente che si incontrava dappertutto. E lo ha accorciato troppo quando ci ha costretto a stare “incollati” in casa con i “congiunti”. Da congiunti abbiamo dovuto onorare a oltranza il significato etimologico del termine (dal latino “coniungere”: mettere, stare assieme). E questo ha creato anomalie, eccessi in bene e in male. Ci ha resto estranei con gente che estranea non è o ci ha agglutinato con persone vicine dalle quali comunque ci separa lo spazio delle nostre diversità. Siamo diventati un po’ più bambini: troppo appiccicati o troppo lontani. Resterebbe da vedere se questo infantilismo è solo un infantilismo di passaggio o se il passaggio ha reso più evidente un infantilismo che c’era già prima.

Trump eroe inutile

La notizia l’ha data lui stesso, qualche giorno fa. Ogni giorno Trump si prende una pillola di idrossiclorochina. Questo farmaco lo si usa solo su chi è malato e gli effetti sugli ammalati stessi di coronavirus sono molto discussi. Ma allora perché Trump che non è malato si prende un farmaco che viene usato solo per chi è malato e che non si sa se funziona?

Mi viene in mente una scena sgangherata – volutamente sgangherata – della Cantatrice calva di Ionesco.

Signora Smith. Lo yogurt è quel che ci vuole per lo stomaco, le reni, l’appendicite e l’apoteosi. Me l’ha detto il dotto Marc-Kenzie-King, che cura i bambini dei nostri vicini, i Johns. E’ un bravo medico. Si può avere fiducia in lui. Non ordina mai dei rimedi senza averli prima esperimentati su di sé. Prima di far operare Parker, ha voluto farsi operare lui al fegato, pur non essendo assolutamente malato.

Signor Smith. Come si spiega allora che il dottore se l’è cavata, mentre Parker è morto?

Signora Smith. Evidentemente perché sul dottore l’operazione è riuscita, mentre su Parker no.

Quindi, anche se Trump dovesse beccarsi il coronavirus, si potrà sempre dire che è stato un eroe perché lui, come un bravo medico, l’ha provato prima lui anche se non ne aveva bisogno.

Ma a chi serve questo eroismo? A lui, forse, perché la gente ne ha parlato. Non ai malati, che si ammalano e muoiono comunque, con o senza idrossiclorochina.

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