Sarebbe servito come il pane un esperto in comunicazione. Paolo Maldini e Leonardo avrebbero dovuto averne uno da subito, perché una figura così non è importante per fare filtro con i media o redigere comunicati, ma si occupa – come gli analisti per gli allenatori – di vantaggi e criticità rispetto a determinate scelte.
Di questi tempi, in realtà, algoritmi e intelligenza artificiale potrebbero aiutare comunque: per curiosità, mi ero rivolto a ChatGPT per domandare pro e contro di un’eventuale nomina di Andrea Pirlo a CT della Nazionale azzurra. La lunga risposta era dettagliata ed esaustiva, i contenuti in buona parte li sappiamo tutti. Il giochino è ripetibile per Roberto Mancini.
In realtà, però, il crollo del castello di sabbia da cui sarebbe dovuto ripartire il calcio italiano non ha Pirlo come epicentro. Il bresciano è stato alla fine soltanto un banco di prova vitale per la credibilità dei due comandanti scelti da Malagò per guidare la rifondazione delle Nazionali, dalla maggiore all’Universitaria. La loro scelta non era di calcio, ma di condivisione: l’unica chiave di lettura non può che essere questa, perché arrivava dopo i tentativi fatti con Guardiola e Ancelotti. Tecnici che tra loro non hanno un minimo comune denominatore nemmeno a cercarlo col lanternino. Maldini e Leonardo volevano “il terzo uomo”, una loro costola con cui spartire responsabilità, strategie, gestione.
Il naufragio va al di là della questione di Pirlo come allenatore, ma anche come testimonial di un’agenzia di scommesse russa, “dettaglio” che il responsabile della comunicazione di cui sopra avrebbe fatto presente in un minuto.
La bocciatura di Pirlo e la virata su Roberto Mancini hanno fatto sbattere il naso di Maldini e Leonardo contro la verità del calcio italiano, un mondo contaminato e intriso di politica, di piccoli cabotaggi, di orticelli, di amichettismi, di sottobanco, di accordi segreti, di gestioni eufemisticamente allegre. È tutta politica, solo politica, in cui infatti l’ex presidente del Coni e nuovo presidente della FIGC, Giovanni Malagò appunto, si becca con il ministro dello sport Andrea Abodi. Un mondo totalmente politico in ogni sua sfaccettatura, pronto infatti a riesumare – alla fine – quel Mancini che a Ferragosto di tre anni fa se ne andò alla chetichella, attratto dal denaro d’Oriente e a poche settimane dagli impegni futuri della Nazionale. Uno che non meriterebbe più di allenare in Italia, nemmeno un club di Lega Pro.
Resta il fatto che a fine luglio siamo messi esattamente come all’indomani della terza consecutiva esclusione dai Mondiali, ma con la certezza che le cose non sono cambiate, non cambiano e non cambieranno. La risposta data ad Abodi (“Una brutta figura”) da Malagò (“Dipende da chi la fa”) è riduttiva e non conclusiva. La risposta esatta è: una brutta figura fatta da tutti, in primo lugo però da chi sceglie e decide, poi nessuno escluso. Compresi quelli che ancora ci credono: tifosi e gente comune.
