CHE VUOI DAVVERO, DONNA?

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoterapeuta) – Persino il grande Freud, dopo aver trascorso la vita ad ascoltare le donne, naufragò nel continente oscuro della femminilità, arenandosi su questa domanda: che vuole una donna?

Egli non seppe rispondere, delegando la risposta ai poeti e alle psicoanaliste che se ne sarebbero occupate dopo di lui.

Interrogò per primo la sessualità femminile, la cui repressione era all’origine dell’isteria, e fu proprio una sua paziente che, chiamando talking-cure la terapia della parola, inaugurò la nascita della psicoanalisi.

Freud deve dunque molto alle donne, a quelle della sua vita, la madre, la moglie, le figlie, di cui l’ultima, Anna, seguì le sue orme, e certo alle sue pazienti, donne di cui però non individuò l’essenza.

L’errore freudiano fu quello di ridurre la questione femminile al non avere: ad un certo punto la bambina si renderebbe conto che al suo corpo manca qualcosa di cui, invece, il corpo del maschietto è provvisto. Qualcosa di desiderabile.

Su quella visione si inaugura un tragedia, di cui la madre sarebbe la sola e unica responsabile: averla fatta mancante. Ecco dunque la famosa invidia del pene e una vita, quella femminile, organizzata intorno alla rivendicazione.

Divenuta ragazza si rivolge al padre il quale, però, risponde più o meno così: posso solo indicarti come fa un uomo, non come essere una donna.

Profondamente delusa, la giovane interroga allora la madre che, dal canto suo, sembra tenersi il segreto tutto per sé. La verità è che lei ha trovato la sua soluzione femminile e che alla figlia spetta il compito di cercare la propria.

Nessuna resa: dalla madre ci si aspetta qualcosa in più che dal padre, qualcosa che una figlia non cessa mai di domandarle, trasformando il rapporto in quella devastazione che la psicoanalisi conosce bene.

Cos’è una donna e come gode se il suo godimento non si può misurare sul metro di quello maschile? Si tratta dunque di un’assenza che si connota come uno svantaggio?

Sostenendo questo, Freud attirò a sé le aspre e dure critiche delle femministe del tempo, non meno del suo successore, reo di dichiarare addirittura l’inesistenza della donna. La donna non esiste dirà infatti Lacan qualche decina d’anni dopo. Strani davvero questi psicoanalisti!

Ma con quel “La donna non esiste” egli intendeva dimostrare che non esiste la possibilità di farne una categoria. Ci sono solo le donne, tante donne, una per una. Tutte eccezioni.

Chi risponde dunque alla domanda iniziale, se gli psicoanalisti questa riposta la mancano, il padre non può darne testimonianza e la madre non può che fornirne una che non vale per la figlia, in quanto non replicabile? Sono così complesse queste donne, da mettere in scacco tutti?

Ad ascoltarle bene sembrano domandare qualcosa che non è mai quello e, soprattutto, mai abbastanza. Non si sa come prenderle; a volte fanno le pazze, diventano isteriche, paiono sempre insoddisfatte.

Si fatica a capirle, davvero, e agli uomini non resta che liquidare la questione attribuendo la responsabilità agli ormoni. Sarà il ciclo, banalizzano, frase questa che le fa tremare tutte, davvero, una per una.

La vera donna è sempre un po’ smarrita, diceva Lacan, c’è in lei un’alterità mai del tutto afferrabile: dev’essere per questo che molti uomini ne sono spaventati. Dev’essere per questo, anche, che rispondono con la caccia alla strega.

La verità è che la donna si muove sempre un po’ sul bordo, sempre a rischio di una deriva verso il senza limite, sempre potenziale vicina di casa della follia.

Così folle questa donna da rivolgere, infine, ad un uomo, quella domanda a cui nessuno sembra saper rispondere.

Domanda l’amore che le dica chi è lei, a partire dal posto che occupa presso l’amato. L’amore la nomina. Le donne non parlano che di questo nelle loro analisi.

Succede che poi, nell’amore, spesso, ritrovano quella devastazione sintomatica del legame con la madre, che non possono fare a meno di ripetere.

Gli amori diventano allora veri disastri, sempre deludenti, insoddisfacenti e talvolta folli.

Nessun uomo è mai all’altezza del compito ideale che gli viene assegnato, eppure le donne coltivano un’illusione: che ce ne sia almeno uno.

Continuano a cercarlo e pare, allora, che non sappiano quello che vogliono. La verità è che non sanno volere ciò che desiderano.

Almeno fino a quando non se lo inventano, perché di questo si tratta: del fatto che ogni donna è chiamata a inventarsi l’essenza del suo essere donna.

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