IL BIRIGNAO DELLA RESILIENZA

di JOHNNY RONCALLI – La lingua è mobile. Non è una parodia dell’aria del Rigoletto, ma un dato di fatto.

D’accordo, non ci si può fare nulla, è nell’ordine delle cose, altrimenti scriverei in latino, con il risultato che farei un sacco di errori e il direttore mi rifilerebbe un bel quattro.

Però ogni stagione, come per le canzonette, ha i propri tormentoni, parole che esistono da tempo immemore, oppure scippate a qualche vocabolario straniero, che all’improvviso esplodono e sono sulla bocca di tutti. C’è di mezzo qualche sponsor, non ho dubbi, gente che intasca percentuali considerevoli ad ogni utilizzo.

Una che ultimamente mi affligge in particolare è RESILIENZA. Quella e il derivato di lavorazione naturalmente, l’aggettivo RESILIENTE. Sarebbe, tanto per capire, la capacità di resistere. Più o meno traduce “mi piego ma non mi spezzo”, roba tosta, roba da Walker Texas Ranger, il quale, a onor del vero, preferirebbe probabilmente spezzarsi e non piegarsi. Comunque sia, roba da uomini veri.

Ora, io ricordo che la parola resilienza l’avevo già sentita, alla scuola media giurerei, quando il vecchio professor Belotti, nelle ore di educazione tecnica, ci spiegava che la capacità di un materiale, legno o metallo per dire, di resistere a un sforzo senza rompersi veniva chiamata resilienza. A proposito, gran fumatore il professor Belotti, con polmoni, quelli sì, resilienti.

Comunque, morta lì, fino alla resurrezione. Da qualche anno, bisogna dire resilienza. Non si è resistenti, forti, non si è provati ma vivi e vegeti, si è resilienti. Il virus almeno questa colpa non ce l’ha, ma ha sferrato il colpo di grazia.

Da Recalcati agli influencer – altra bella parola -, l’uno per deformazione, gli altri per acquisire credibilità, è tutto un impacchettare discorsi con sopra il fiocco della resilienza.

Chi la pronuncia in modo stentoreo, rallentando e sottolineando la R iniziale o la Z della sillaba finale, come per ricordare ai distratti che hanno appena pronunciato una parola importante, oppure chi la pronuncia di fretta, con un filo di pudore, quasi a discolpa, sperando che gli ascoltatori magari non se ne siano accorti. Perché di fatto non ci credono nemmeno loro, ma vuoi non dirla quella parola?

Eh no, cari miei, il turpiloquio è turpiloquio, fosse pure sotto voce. In ogni caso meglio i primi, con la voce bella spiegata, possiamo prendere meglio la mira e girare al largo.

Insomma, non si fa più resistenza, si fa resilienza. Già me li vedo i revisionisti: i partigiani e la resilienza!

Mi provoca la medesima orticaria dell’anglofono PERFORMANCE, oppure, peggio, del suo inascoltabile derivato italianizzato, performante. Di performance neanche l’accento azzeccano mai gli stessi annunciatori in tv, lo sbattono regolarmente sulla prima sillaba. Ci vuole rispetto diamine!

In caso contrario, prima o poi scatterà il contrappasso: chi usa e abusa verrà attenzionato e subirà una esemplare punizione con effetto impattante. Customizzata e in location esclusiva, naturalmente.

2 pensieri su “IL BIRIGNAO DELLA RESILIENZA

  1. Fiorenzo Alessi dice:

    Egr. Dott. JOHNNY RONCALLI,
    Ricordo a me stesso (mi si spiegherà poi una buona volta perché usi dirsi così , visto che io ovviamente rammento ciò che dico…) che una significativa indicazione di qualche annetto fa era PARLA COME MANGI .
    A quei tempi , infatti, vi era la buona abitudine , ormai da sacrario se addirittura in famiglia, dei rituali colazione-pranzo-cena. Basterebbe questo antiquato modo di comportarsi , equivalente al saggio “mangiare per vivere” e non viceversa, per rinvenire agevolmente le fondamenta di un’equiparazione tra il mangiare “bene” , cioè naturalmente e semplicemente , ed il parlare allo stesso modo.
    Poi l’evoluzione sociale , che forse non significa anche della specie, ed il benemerito progresso , con i suoi tempi e le sue esigenze, ci ha via via allontanato dal “mangiare” …secondo natura, ed anche secondo apprezzabili (per me, di sicuro) Italiche consuetudini .
    L’ho detto : “Italiche” . Ammetto di essere un nostalgico di pressoché tutto quanto , di buono e meno buono, è di denominazione di origine controllata della terra dove sono nato , da qualche tempo denominata ITALIA.
    Lingua Italiana compresa. Mi si perdonerà questo grande peccato.
    Giusto per apparire un pelino “moderno” , sfoggiando parole straniere…MEA CULPA, MEA GRANDISSIMA CULPA .
    Cordialmente.
    Fiorenzo Alessi

  2. Giuseppe dice:

    In realtà la resilienza è il contrario della fragilità e non ha niente a che vedere con la durezza. Quindi per un metallo è la capacità di deformarsi prima di arrivare a rottura ed è talmente specifico nel settore della meccanica che personalmente non riesco a vederne un uso in un contesto differente.
    Un altro termine che viene utilizzato in maniera impropria è l’esondazione, questo termine viene utilizzato in maniera allegra per tutte le acque che superano un argine in generale. In realtà l’esondazione è tipica delle acque ferme (laghi) e viene usata anche per i fiumi che invece straripano.

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