CORSO, LE FOGLIE MORTE E I RIMPIANTI

di TONY DAMASCELLI – Ma che altro vuole questo 2020? Si sta portando via i migliori anni della nostra vita. Mario Corso, assieme a Omar Sivori, era l’idolo nei sogni di una epoca bellissima, una figurina conservata nell’album personale. Calzava le scarpe da gioco con la suola bianca, distinguevi meglio i suoi passi, mai feroci, il suo sinistro aveva due ingredienti, lo zucchero del tocco, il veleno del tiro. I calzettoni, addormentati sulle caviglie, erano una sfida, come aveva spiegato appunto Enrique Omar, un invito maligno all’avversario perché non si azzardasse a picchiare gli stinchi.

Lo vidi scherzare proprio Omar con un tunnel, a San Siro, la fotografia venne pubblicata sulla “Stampa” e provocò irritazione al Cabezòn. Corso era arte e fosforo fatti calciatore, sembrava, ai più, assente dal gioco, scrivevano di un atipico e apatico, indisponente e lento, Brera scrisse che era il participio passato del verbo correre, quando Mario affrontò il romanista Cordova, di uguale flemma, il Maestro li riunì: «Due lenti a contatto».

Corso era invece presente con il cervello, già sapendo dove, quando e come mettere il pallone per i suoi compagni o nella porta rivale. La sua voce fragile, quasi uno scherzo, poteva ingannarne il carattere, era il segnale di buona educazione e di una astuzia, molto veneta veronese, alla quale ricorreva nei momenti giusti. In quanto artista, non era amato dagli allenatori, potevano chiamarsi Helenio Herrera che ne chiese più volte la cessione o Giovanni Ferrari che non lo inserì nella lista del mondiale, anzi Mario non partecipò mai a nessuna Rimet al punto che Pelé sentenziò: «Se l’Italia non fa giocare Corso significa che ha uno squadrone».

Proprio perché artista, era il giocattolo preferito dei Moratti, Angelo padre e Massimo figlio, ai quali non interessavano le diagonali e le ripartenze ma i colpi dei geni, dunque il maestoso Suarez, il puma Jair, la volpe Peirò, il dribbling di Mazzola e, prima di tutto, il passo silenzioso ed elegante di Mario, detto Mariolino con un diminutivo sciocco, infantile, che non aveva nulla a che fare con la grandiosità del calciatore. Dinanzi alle arringhe del Mago Accaacca che, prima di una partita, stimolava il gruppo dicendo come l’avversario fosse ridicolo, Mario mormorò, gelando il mister: «Sarebbe meglio chiedere agli inquilini dell’altro spogliatoio».

I grandi del football sono seguiti da un destino strano. Corso ha finito il suo giro intorno al sole alla vigilia del ritorno a San Siro dell’Inter contro la Sampdoria. Fu quella, infatti, la partita del suo esordio, in serie A, in nerazzurro, la maglia che gli stava addosso benissimo anche se Mario è stato il campione di tutti, come sanno essere i fuoriclasse. Prese il posto, sedici anni, da titolare, di Lennart Skoglund infortunato. L’undici di numero era una targa che non c’entrava nulla, non era ala, non era punta, non era trequartista, non era centrocampista. Era Mario Corso, capace di divertire anche i tifosi avversari, per l’incantesimo dei passaggi, l’imprevedibilità delle giocate, mai esasperate, mai violente ma eleganti come certe pregiate stoffe della scuola veronese.

L’epilogo imprevisto della sua vita è stato come il colpo che lo rese illustre: il pallone, calciato con grazia, si sollevava da terra, sfiorando appena, con perfidia, le zazzere degli avversari, compatti, come birilli, in barriera. Poi, come per scherzo, sembrava perdere aria, quasi sgonfiandosi e finendo, però, in rete, alle spalle del portiere, drogato e impotente dinanzi a quella stella filante molle e maligna. La foglia morta, si scriveva. Ripensando a Prevert «..Le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi e i rimpianti…». L’ultimo passaggio di Mario Corso.

 

 

 

Un pensiero su “CORSO, LE FOGLIE MORTE E I RIMPIANTI

  1. FIORENZO ALESSI dice:

    Egr. dott. Tony Damascelli,

    Sono INTERISTA dal 1966.
    Ho visto, e lo ricordo, una INTERNAZIONALE (così i cronisti , equilibrati e pacati, del tempo) pura gioia, soprattutto per un bambino qual’ero.
    Non me ne vanto, ma non me ne pento , nè me ne sono mai pentito di “..essere dell’INTER”.
    Se ci si fa caso, è od era un modo di dire che la diceva lunga sulla propria bandiera calcistica.
    Pura gioia , se posso dirlo, è anche il suo pezzo su “Mariolino” Corso . Parole meravigliose , e nostalgia…canaglia, per un calciatore davvero artista.
    Avercene UNO, adesso, di MARIO CORSO ……..
    Complimenti, ancora, e di cuore.
    FIORENZO ALESSI

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