ITALIA GAME OVER: MULTATO PERCHE’ POTA GLI ALBERI DEL QUARTIERE

Nella nostra bella lingua esistono molte parole che reggono due o più significati: si chiamano “polisemici” e rappresentano una sfida affascinante per gli amanti di calembour e giochi di parole. Una di queste è “duro”, che assume valore affatto diverso, a seconda dell’uso che se ne fa: può voler dire, semplicemente, resistente, ma anche di carattere poco incline alla tenerezza oppure difficile da accettare e, infine, non proprio intelligente. Proprio quest’ultima accezione mi mette nelle condizioni di giocare anch’io al calembour, giacchè la nota massima latina “dura lex sed lex”, nel caso che sto per raccontarvi, pare caricarsi di entrambi i significati: una legge implacabile e, al contempo, ottusa. Anzi, scusate: di solito, non è la legge a essere ottusa, ma è l’uso che se ne fa.

E così mi pare essere andata nell’antico borgo milanese di Pratocentenaro, dove un cittadino, pieno di buona volontà e in virtù di un accordo, sia pure in fieri, tra Comune e associazioni, si è messo a potare le piante di una piazza, largo San Dionigi. L’accordo, però, come vi dicevo, non è ancora stato firmato e debitamente protocollato: così, i vigili, che, una volta tanto, vigilavano per davvero, si sono sentiti autorizzati a multarlo. Mica di tanto, veramente: cinquanta euro. Ma è la cosa in sé che colpisce: la solerzia con cui la dura legge bastoni un cittadino che stia facendo una cosa buona per la comunità. O, meglio, con cui i custodi della detta legge l’abbiano applicata, senza minimamente tener conto del, diciamo così, contesto. E men che meno del buonsenso.

Ora, se l’articolo 13 del regolamento del verde proclama il divieto di praticare “interventi colturali” (e, già così, la cosa fa abbastanza ridere) senza l’autorizzazione comunale, va da sé che nessuno possa andare ad abbattere sequoie nei parchi pubblici. Se, però, un signore, alla luce di un accordo di massima, che, per ragioni burocratiche non è ancora operativo, si mette a fare l’allegro giardiniere, l’idea che la polizia locale si affretti a sanzionarlo e, in meno di un’ora, gli recapiti a casa il verbale di contravvenzione, induce un pochino a pensare che l’aggettivo “duro”, in questo caso, si allontani dal significato del brocardo e si avvicini, piuttosto, a quello psichiatrico.

Ed è una specie di metafora dei nostri rapporti con le istituzioni: rapporti destituiti di umanità e di buon senso, in cui la norma diventa dogma e chi la applica risponde più alle leggi della robotica che a quelle della civiltà. Perché lo stesso brocardo che ci informa della durezza della legge, ci avverte anche circa la sua ragion d’essere: quando la ratio d’una norma cessa, cessar dovrebbe quella norma istessa. Ora, qui non si pretende di abrogare il suddetto articolo 13 del regolamento del verde, che avrà impegnato per anni i più illustri nomoteti nella sua stesura: si chiede soltanto di vagliare, caso per caso, i criteri d’applicazione dell’articolo medesimo, tenendo conto delle circostanze. Perché così la legge serve l’uomo e non il contrario.

Invece, mi pare di poter dire che, nel caso del potatore abusivo di Pratocentenaro, la legge sia intervenuta come un moloch implacabile e inflessibile, laddove sarebbe bastato usare un po’ di tatto e di accortezza. Certo, si tratta di un episodio minuscolo, di una goccia nel mare delle contravvenzioni: pure, però, si tratta di un esempio. Una polizia locale che in certi casi chiude entrambi gli occhi, di fronte a forme di degrado urbano e sociale, e che, se ne avesse tre, li chiuderebbe, quando ci sono in ballo certi reati e certe malefatte, si affretti a multare uno che fa del volontariato non in linea con un regolamento, tanto da portargli il verbale a casa a passo di corsa, mi sembra davvero il soggetto perfetto per il mio calembour. Dura lex sed lex.

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