TERRORISTI, NON PUO’ FINIRE A PACCHE SULLE SPALLE

di DON ALBERTO CARRARA – Si discute molto sugli ex-terroristi arrestati in Francia. E le tesi sono, semplificando molto, due. Prima tesi. I terroristi sono cambiati, non serve molto accanirsi contro una persona vecchia e, talvolta, malata perché quarant’anni fa ha fatto attentati e ha commesso omicidi: è in realtà un’altra persona. Seconda tesi. Hanno commesso reati gravi, sono stati condannati, devono scontare la pena.

Diciamolo in altri termini: da una parte, la tesi che vuole essere etica fino al punto di “dimenticare” la legge; dall’altra, una tesi che vuole essere giuridica fino al punto di “dimenticare” l’etica. Ripeto: è tutto molto semplice. Ma, mi pare, serve per capire il nocciolo del problema.

Una premessa mi sembra indispensabile. Il terrorismo è stato un problema eminentemente politico. I pochi coinvolti, sia come terroristi sia come vittime, hanno pesantemente interessato l’intera comunità politica: governi, amministratori, cittadini. Anche perché questo era ciò che i terroristi volevano: colpire qualcuno per colpire tutti.

La discussione non deve riguardare soltanto le colpe di qualcuno – le vittime di solito avevano l’unica colpa di essere dei buoni servitori dello Stato –, non le colpe di qualcuno, dunque, ma le regole di tutti. Da qui nasce un’esigenza molto semplice. La società deve reagire non tanto per “farla pagare” a qualcuno, ma per affermare, precisamente, le regole di tutti, quelle che i terroristi volevano far saltare. Ora, le regole di tutti sono troppo importanti per essere osservate solo qualche volta, solo se necessario, solo se il colpevole non è malato…

Una buona regola deve essere inflessibile, altrimenti non è regola e soprattutto non è regola di tutti.

In questi giorni si sono sentiti i familiari delle vittime. Tema giornalisticamente interessante. Ma non essenziale. Anche se i familiari – cosa che non è capitata, mi pare – avessero tutti perdonato i terroristi, lo Stato avrebbe dovuto comunque reagire, in ogni caso. È in gioco, infatti, la possibilità stessa di vivere insieme. E questa non deve mai essere messa in discussione, e le istituzioni dello Stato devono vegliare perché quelle regole “funzionino”.

Perché, per concludere, si deve ricordare che è morale capire le persone e perdonare, ma è morale, molto morale, anche lo sforzo perché i cittadini vivano insieme e vivano in pace. Chi tollera, in un modo o nell’altro, i perturbatori della pace è davvero immorale, e immorale sarebbe il governo che, su un fatto così grave, si limitasse a chiudere gli occhi.

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