GLI SQUALLIDI BRANCONIERI

di JOHNNY RONCALLI – Io ricordo le prime docce di gruppo al termine degli allenamenti quando eravamo ragazzini. Molti, timidi e inibiti, si tenevano le mutande, solo col tempo si lasciavano andare al nudo integrale. Era il marchio del pudore, talvolta eccessivo certo, ma un tratto distintivo dell’educazione e anche dell’inibizione familiare.

Qualcuno era più disinvolto, ma in generale regnava una certa compostezza tra i ragazzi. Talvolta eccessiva certamente, ma possono la compostezza e la riservatezza risultare eccessive?

Parlo di un pudore che accompagnava la crescita di noi ragazzi e indirizzava le nostre prime esperienze sentimentali, che avevano come approdo una canzone, ovvero il brano dedicato, la mano nella mano, lo sfioramento, i primi baci a fior di labbra, e già siamo alla pelle d’oca, i primi impacciati palpeggi.

Tutto quanto al riparo da sguardi indiscreti, impensabile altrimenti, perché anche solo camminare a piedi nudi nel parco pareva eversivo.

Negli ultimi anni la cronaca ha indotto a pensare che i giovani abitino un’era lontana anni luce da tutto questo. Ora tiene banco la questione Grillo, con sesso di gruppo e filmati fuori controllo, ma è fresca di corte anche la sentenza di condanna, dopo una prima assoluzione, dei due ragazzi che tentarono di violentare Martina Rossi, a Palma di Maiorca, provocandone la morte per caduta dal balcone, mentre cercava di scappare. E poi i cinque calciatori della Virtus Verona, accusati di violenza di gruppo ai danni di una studentessa universitaria.

Alcol, droga, “sesso, bugie e videotape”, per citare un vecchio film anni Ottanta, ma così innocente al confronto. Rimango convinto che ancora buona parte dei giovani credano in un processo di formazione amoroso fatto di pudore, scoperta, esplorazione, riservatezza, esclusività, ma è innegabile che la cronaca qualche dubbio lo infonda. Bisogna farlo in modo prepotente, in tanti, sembra dirci la cronaca, ovviamente ben documentato e condiviso a mezzo video. In tanti, per provare a convincerci che loro non sono mezze calzette, loro sono il branco alfa, che lo fanno, lo fanno strano e lo mettono nero su bianco.

Recita un vecchio adagio anglosassone: due è compagnia, tre una folla.

Poveri, poveri sfigati. Sfigati mi pare i termine giusto, poco nobile, ma tale è la materia, poiché in realtà ci convincono dell’esatto contrario: ci convincono del loro squallore, della loro impotenza, dell’incapacità di una carezza, del brivido che uno sguardo può provocare.

Loro no, loro hanno bisogno di fare gruppo, di individuare la preda indifesa e informarci che sono armati fino ai denti, loro fanno squadrone e squadriglia, pestano e calpestano, forti del fatto che sono possenti, ossia non da soli, sono parte del branco.

Perché diciamocelo francamente, senza branco le loro facoltà virili non hanno luogo a procedere, una carezza, uno sguardo rivolto alle stelle, una mano nella mano e il maschio muore. Da soli poi, in due, col cuore che batte all’impazzata. No, non se ne parla. Poi magari finisce che ci si stende su un prato a indovinar le nuvole, o a passeggiare in un bosco proprio mano nella mano, con gli sguardi che furtivi s’incrociano languidi. Roba da mammolette, inammissibile.

In privato poi ognuno si abbandona alle più stravaganti pratiche, chi vuol esser lieto sia, ma cosa si è perso chi si è perso le nuvole e la mano nella mano?

E poi un pro memoria agli aspiranti branconieri, sì, branconieri: qualche migliaia di anni fa, in fatto di stranezze e intraprendenza sessuale greci e romani hanno sperimentato cose che fanno apparire voi ridicoli sprovveduti, fatevene una ragione. Siete pure fuori tempo massimo. A modo vostro, dei fossili.

Il danno irreparabile compiuto dall’era della facile visibilità per tutti non farà altro che rendervi ancora più ridicoli e squallidi di quanto già non siate.

Se possibile.

 

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