SOGNANDO UN SOLO CANALE RAI, MA LIBERO

Con l’affaire Report-Ranucci si ripropone l’annosa questione della tv di Stato, cioè se uno Stato debba gestire una televisione. Seguo la tv italiana – per dovere, non per piacere – dal 1987. E già allora si discuteva del problema: perché pagare un canone quando ci sono altre tv gratuite? La risposta più ovvia e banale è: perché questa (o queste, nel nostro caso) tv persegue un interesse pubblico che le tv commerciali non necessariamente perseguirebbero.

Ora, è difficile spiegare ai contribuenti perché pagano il canone per vedere ‘Affari tuoi’, ‘Il festival di Sanremo’, ‘Ballando con le stelle’ eccetera eccetera, tutti programmi che potrebbero benissimo (forse anche meglio) essere realizzati da una tv commerciale. Più difficile obiettare contro trasmissioni che svolgono effettivamente un servizio sociale, per esempio ‘Chi l’ha visto?’, ‘Mi manda Raitrè’ o, appunto, ‘Report’.

Soprattutto per quest’ultima il trasloco su una rete commerciale è assai improbabile. Per due ordini di motivi. Primo, per una questione finanziaria. ‘Report’ è un programma costoso: la bellissima inchiesta sul cibo di Giulia Innocenzi ‘Food for Profit’, che ha messo in luce i disgustosi pasticci che le aziende alimentari combinano con la carne e il pesce, è costata 350mila euro. Non poco. Inchieste di un’ora richiedono un impegno di settimane, se non di mesi: costi esorbitanti che una tv commerciale non potrebbe mai permettersi.

Anche una tv che punta tutto sull’informazione e sulle inchieste (oltre che sui talk show) come La7 non potrebbe mai produrre un programma come Report. Infatti Urbano Cairo, che ne è il patron, ha sempre recisamente negato di avere alcun interesse in merito (mentre gli piacerebbe molto scippare alla Rai ‘Chi l’ha visto?’, ottimi ascolti con poca spesa).

Secondo, e più importante problema, quale tv commerciale affronterebbe il rischio di produrre le ficcanti inchieste di Report sugli esponenti del governo in carica? Quale imprenditore editoriale – che dipende dallo Stato per sussidi, sovvenzioni e altro – rischierebbe di inimicarsi il governo?

L’esempio più lampante viene proprio da La7: pur con tutta la propensione critica della rete verso il governo nei suoi programmi di approfondimento, quando Massimo Giletti rivelò che Salvatore Baiardo, condannato per favoreggiamento dei fratelli Graviano, gli aveva mostrato una foto in cui si vedeva Silvio Berlusconi in compagnia del boss mafioso Giuseppe Graviano, il suo programma fu chiuso in fretta e furia.

Concludiamo. Come in Francia, in Inghilterra, persino negli Usa, anche in Italia è necessaria una tv pubblica. Ma non servono tre reti, ne basta una. Una che sia davvero indipendente (come lo è la Bbc) e che svolga un reale servizio pubblico.

Tutto il resto, a cominciare da Stefano De Martino (aveva ragione la compianta Striscia: come può lo Stato avallare un gioco che è semplicemente d’azzardo?) non serve, e va liquidato. Due reti vengano vendute a imprenditori privati, lo Stato  ne terrà una sola.

Come dite? Ah: la politica ha bisogno della tv come benzina per alimentare le proprie campagne, non necessariamente elettorali, e quindi non mollerà mai la presa su un carrozzone con cui battere il tamburo facendolo pagare agli italiani. La soluzione? Un bel referendum. Chi ha voglia si faccia avanti.

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