Budapest non è tornata a casa. Budapest ha cambiato strada, che è una cosa diversa. La vittoria di Péter Magyar alle elezioni non è la restaurazione dell’ordine liberale, non è il lieto fine che la retorica progressista europea sta già confezionando nelle redazioni di Bruxelles, non è la prova che alla fine i buoni vincono e i cattivi perdono. È qualcosa di più interessante e di più ambiguo, qualcosa che somiglia molto a quello che è accaduto in Italia con Giorgia Meloni e che potremmo chiamare, senza timore di semplificare troppo, la melonizzazione dell’Europa centro-orientale.
Per capire cosa è successo bisogna partire da quello che non è successo. Non è successo che l’Ungheria abbia riscoperto la fede nell’europeismo, nel destino manifesto dei valori comuni calati dall’alto, nella retorica dell’integrazione come progetto morale e civilizzatore. Quell’entusiasmo, ammesso che sia mai stato autentico oltre il perimetro delle élite, è morto da tempo, e non sarà Magyar a resuscitarlo. Quello che è successo è più prosaico e più vero: l’Ungheria ha guardato i numeri. Ha guardato l’economia che arranca, i fondi europei bloccati, l’isolamento diplomatico che da postura di sfida si è trasformato in zavorra concreta, e ha deciso che il prezzo dell’eccentricità era diventato troppo alto. Non una conversione, ma un calcolo. Non l’ideologia, ma la realtà vista con gli occhi.
Magyar stesso è la prova vivente di questa traiettoria. Viene dall’apparato orbaniano, ne conosce i meccanismi e i linguaggi, non è un dissidente romantico né un tecnocrate di Bruxelles paracadutato sulla scena. È un uomo del sistema che ha capito che il sistema si stava mangiando se stesso. Ha rifiutato il sostegno militare a Kyiv, ha respinto l’adesione ucraina accelerata all’Ue, non ha risparmiato toni duri sulla questione della minoranza magiara in territorio ucraino. Chi si aspetta da lui un atlantismo entusiasta o un allineamento docile ai desiderata europei resterà deluso. Magyar non vuole tornare nell’ortodossia, vuole rinegoziare i termini della convivenza da una posizione meno marginale. È il passaggio dal populismo muscolare a quello gestionale, dalla barricata alla trattativa, dal veto permanente alla capacità di influenzare l’agenda.
In questo, la lezione italiana è illuminante. Meloni è arrivata a Palazzo Chigi con una biografia politica che faceva tremare le cancellerie europee e nel giro di pochi mesi ha dimostrato che il vero potere nazionale, per un paese di media taglia, non si esercita nella rottura ma nella presenza, nel saper stare al tavolo senza rovesciarlo. Non è rinuncia, è maturità. È la scoperta, amara quanto si vuole, che in un mondo dove gli Stati Uniti pensano esclusivamente ai fatti propri e la protezione atlantica non arriva più sotto forma di sconti ideologici, i sovranismi europei sono armi spuntate. Se l’America non ti copre le spalle, le spalle te le devi coprire da solo, e da solo, se sei l’Ungheria, non ce la fai.
C’è poi un dato che la vittoria di Magyar chiarisce in modo definitivo, e che dovrebbe far riflettere chi per anni ha descritto l’Ungheria come un buco nero democratico, un regime in miniatura, una dittatura con le forme della democrazia. Se un ex membro dell’apparato, partendo sostanzialmente dal nulla, con i media ostili e il sistema elettorale costruito su misura per Fidesz, riesce a mobilitare le piazze e a vincere nelle urne, significa che la democrazia ungherese possedeva ancora anticorpi che la narrazione dominante aveva rimosso dal quadro. La democrazia illiberale è stata una fase, non uno stato permanente, un tentativo di risposta muscolare a un ordine percepito come imposto dall’esterno che ora evolve, per forza di cose, in una forma di conservatorismo istituzionale.
L’Ungheria di Magyar non è l’Ungheria dei sogni di nessuno. Non è l’Ungheria dei progressisti, non è l’Ungheria dei sovranisti, non è l’Ungheria di Orbán e non è nemmeno l’Ungheria di prima di Orbán. È l’Ungheria del dopo, quella che viene quando finisce la grande illusione rivoluzionaria e comincia la lunga, faticosa, necessaria navigazione nella realtà.
