LO SCISMA DEI LEFEBVRIANI: BUONA NOTIZIA, MEGLIO PERDERLI CHE TROVARLI

Tutto come previsto. Nonostante la lettera che papa Leone aveva indirizzato, nei giorni scorsi, alle comunità dei “lefebvriani”, questi hanno deciso di procedere alle nuove ordinazioni episcopali. La cerimonia è stata presieduta da Mons. Alfonso de Galarreta, vescovo consacrante principale, assistito da mons. Bernard Fellay, co-consacrante. I nuovi vescovi sono: Don Pascal Schreiber (Svizzera), Don Michael Goldade (Stati Uniti), Don Michel Poinsinet de Sivry (Francia), Don Marc Hanappier (Francia).

Interessanti i due vescovi consacranti. Alfondo de Galarreta è stato ordinato dallo stesso fondatore, mons. Lefebvre (nella foto), senza l’assenso del Papa, e quindi scomunicato, nel 1988, ha ottenuto la “remissione” della scomunica da papa Benedetto XVI nel 2009. Adesso verrà scomunicato di nuovo. Identiche vicende per il concelebrante Bernard Fellay.

Quindi tutti e due sono stati vescovi senza mandato pontificio, scomunicati, riammessi, riscomunicati.

Non solo la messa in latino

L’opinione pubblica pensa che tutto dipenda dal fatto che i seguaci di Lefebvre vogliono la messa in latino, la Chiesa non glielo permette e quindi loro si ribellano.

Vale la pena ricordare una verità ovvia: non è così e soprattutto non è così semplice. La messa in latino non è proibita e la Chiesa la permette. I lefebvriani rifiutano la nuova liturgia perché rifiutano tutto. E soprattutto rifiutano l’idea di Chiesa che è stata riaffermata dal Concilio Vaticano II. In quel Concilio la Chiesa si è sforzata di tornare alle radici, alla Parola di Dio, di ripensare se stessa e di cambiare in base a quel ritorno e a quel ripensamento. E fa tutto questo per tornare a parlare, in maniera convincente agli uomini e alle donne di oggi, e poter trasmettere loro la “bella notizia”, il Vangelo. In altre parole: la Chiesa non comunica se stessa, comunica una Parola di cui è testimone. Doppiamente al servizio: di quella Parola e dei destinatari di quella Parola. Senza dimenticare che lei stessa è destinataria di quella Parola, sempre rimessa in discussione, anche perché incaricata di annunciarla. Tutto cose note, queste.

All’inizio non c’era il latino ma il greco

E vale la pena ricordare un’altra cosa nota, a proposito di latino e dintorni, che tutto il Nuovo Testamento – vangeli, Atti degli Apostoli, lettere di Paolo, tutti gli altri testi fino all’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento – tutti sono stati scritti non in latino, neanche una parola di latino, ma in greco. Perché in greco? Il greco del Nuovo Testamento è chiamato “Koiné”, “comune”, lingua comune che tutto il bacino del Mediterraneo conosceva: era l’inglese di allora. Gesù, da parte sua, non parlava in greco, ma in aramaico. Della lingua di Gesù non ci è rimasto nulla (a parte qualche preziosa parola, sparsa qua e là). Dunque: il messaggio di Gesù, per essere davvero di tutti, viene trasmesso in una lingua diversa da quella in cui è stato annunciato.

La fedeltà al messaggio assicurata dalla infedeltà linguistica

Dopo il greco è arrivato il latino, per lo stesso motivo, poi le lingue moderne, e sempre per quel motivo. La fedeltà all’unico messaggio è stata assicurata dalla infedeltà linguistica con la quale è stato annunciato. Questa infedeltà linguistica è il segno inequivocabile di una verità fondante del cristianesimo: tutto è “per voi” – la nascita, la morte, la Risurrezione di Gesù, la Chiesa e i suoi sacramenti… tutto -, ripetono continuamente i testi del Nuovo Testamento, tutto è “per voi”. Da cui deriva l’inevitabile conseguenza che non sono gli uomini a servire la Chiesa, ma è la Chiesa che deve servire gli uomini. La Chiesa è fatta di uomini e donne che parlano agli uomini e alle donne del loro tempo. O la Chiesa fa – il più possibile bene – tutto questo o non è.

La grave confusione dei lefebvriani

Ora i lefebvriani confondono la fedeltà al messaggio con la fedeltà a uno dei linguaggi che sono serviti per annunciarlo. E hanno scelto non quello originario, l’aramaico, non quello più antico, il greco, ma quello che è durato di più, il latino. Ma facendo questa scelta linguistica, i lefebvriani fanno una scelta teologica: la loro Chiesa è preoccupata più della propria coerenza che della propria efficacia, più di se stessa che dell’annuncio e dei destinatari dell’annuncio. La Chiesa di Econe è convinta che più è clericale più è Chiesa.

Alla fine si impone, tra le molte altre, soprattutto una considerazione. I lefebvriani sono testardi. Hanno spesso accettato di parlare con gli interlocutori vaticani, ma per dimostrare che sono loro ad avere ragione. Papa Ratzinger ha creduto che concedere un po’ di latino potesse far rientrare lo scisma. Lo scisma è rientrato per poco tempo e solo perché lui ha perdonato. Ma ora loro hanno deciso di essere recidivi e tornano a essere scomunicati. Papa Ratzinger appare in tutta la sua bontà e, anche, un po’, nella sua ingenuità.

Ed è bene che se ne vadano

Adesso i lefebvriani, di nuovo, se ne vanno. Inevitabile dopo le ordinazioni di ieri: scomunica “latae sententiae”, cioè automatica. Anche il Papa non può farci nulla. Per fare in modo che la scomunica non ci fosse avrebbe dovuto cambiare la legge. Ma la legge non è stata cambiata tra ieri e oggi e quindi oggi essa fa il suo seguito, come è giusto che sia.

Dunque, i seguaci di mons. Lefebvre, i vescovi consacrati e i vescovi consacranti sono “scomunicati”, fuori della “comunione” ecclesiale. Se ne vanno.

Ma visto come si sono comportati, come hanno disatteso tutte le molte attenzioni verso di loro, alla fine, è bene che se ne vadano.

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *