LA LIBERTA’ E’ UNA COSA SERIA, QUI SIAMO AL LIBERO ARBITRIO DELL’INCIVILTA’

Con che occhi guardiamo il mondo, oggi, in quest’epoca veloce e dissennata? Come ci appaiono la vita, la morte, la vanità, la rabbia? Ecco, prendiamoci una pausa, respiriamo profondamente e, poi, domandiamoci: dove stiamo andando? Si tratta di un viaggio o, piuttosto, di un precipitare verso un abisso dai contorni ignoti?

La violenza, l’ottusità, la prepotenza, sono sempre esistite, naturalmente: oggi, però, mi sembra che abbiano assunto un carattere diverso. Che siano diventate giustificabili, agli occhi della gente, se non, addirittura, giustificate. E che la comune Weltanschauung le accetti, quasi come un segno dei tempi e non un segnale allarmante di deficit civile.

Civiltà: già, la civiltà. Ci navighiamo dentro, ce la portiamo in tasca, come un’eredità immeritata, ma, in fondo, cosa sia questa civiltà non ce lo domandiamo: lo diamo per scontato. Eppure la nostra civiltà è andata componendosi lentamente, faticosamente, talvolta dolorosamente: a strappi, a rallentamenti, a capriole a ritroso, prima di pervenire a una forma, non si dice compiuta, ma accettabile. La prima cosa che l’ha resa evidente è stata la pietà, la comprensione: prendersi cura dei deboli, dei malati, degli anziani. La seconda, probabilmente, è stata la legge: accettare una regola comune, ritenendola più alta di quella arbitraria, individuale. La terza è stata la trasmissione del pensiero: il ritenere che la memoria e il racconto delle cose potesse servire a migliorare la posterità.

Proprio di questo, dunque, vorrei dire, brevemente. Oggi vi sono manifestazioni inquietanti del logorio di questa civiltà. La prima è la scarsissima considerazione dell’anziano: il ritenerlo inutile produttivamente e, pertanto, inutile tout court, giacchè solo produrre importa. Una società fondata sul “Chi ci pagherà le pensioni?”, in cui l’asse tradizionale nonni-nipoti si trasforma in una guerra generazionale per la pagnotta, semplicemente non è civile.

Poi, viene il progressivo scomparire del principio d’autorità: il confrontarsi con la cosa pubblica come se fosse una truffatrice, come se lo Stato o le sue emanazioni fossero un nemico da cui difendersi e non, piuttosto, l’espressione organica di una comunità.

Le recenti cronache, con quel tizio che a San Severo sfonda in auto l’ingresso di un ufficio comunale perché non può entrare senza green-pass (vedi foto), o con il sindaco foggiano che è costretto, per sdrammatizzare una situazione evidentemente insostenibile, ad esporre un divieto di porto d’armi e minacce di morte, negli uffici comunali, così come le stesse aggressioni – ormai tragico rito – di infermieri e medici nei Pronto soccorso, tutti questi segnali non sono materiale per una commedia: sono il termometro di una degenerazione civile. L’arbitrio confuso con la libertà: l’anarchismo con l’anarchia.

E, infine, la storia: il mio mestiere. La storia negata, evaporata oppure gonfiata, anabolizzata, perché vista non come un tentativo, certamente approssimativo come tutte le cose umane, di trasformare le memorie confuse in un racconto lineare, ma come un’arma per prevalere, ideologicamente, sull’avversario. L’esatto contrario di ciò per cui era nata.

Insomma, questo povero mondo sta perdendo la birionda: la mancanza di una qualsivoglia riflessione, non dico filosofica, ma semplicemente razionale, sui pilastri fondanti della nostra vita collettiva, ci sta conducendo a un individualismo estremista, a una morale autocentrata, che trasforma ognuno di noi in un potenziale terrorista, in un eversore sottotraccia, in un sociopatico dormiente. Con un alibi personale che ci siamo debitamente costruiti: sono libero, quindi faccio valere le mie ragioni, a qualunque costo e in qualunque modo, anche se non hanno nulla di ragionevole.

Dovremmo chiederci: chi siamo? Non: chi sono? Recuperare il senso di un convivere regolato da norme condivise, nella ratio come nell’applicazione. Dovremmo tornare, insomma, a essere una civiltà e non un groviglio di interessi scomposti e confliggenti. Ma quanto mi pare difficile.

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