YOKO ONO, E’ IL MOMENTO DI PERDONARLA

di MARIO SCHIANI – Vi ricordate di Yoko Ono? Ma sì, la compagna-moglie di quel musicista con gli occhialini, quello che scriveva “canzoni marxiste” come “Imagine”. Ci siete? Ebbene, per lei, a 87 anni, le cose non vanno tanto bene. La salute, come si dice, è quella che è. Tale Elliot Mintz, che la stampa definisce “amico e portavoce informale”, ha rivelato al “New York Post” che Yoko “sta rallentando” e “vive i suoi 87 anni come fossero 400” anche se “rimane lucida”. Mintz non ha precisato di che natura sia il malanno di cui soffre, ma le fotografie più recenti la mostrano costretta in sedia a rotelle, tutta imbacuccata, una copertina un po’ patetica posata sul grembo.

Non c’è da stupirsi se, alla sua età, Yoko Ono faccia i conti con la caducità del corpo ma la notizia desta comunque una certa impressione. Dopo tutto, rimane tra i protagonisti di una stagione dinamica ed energetica – almeno così ci piace collocare nella memoria gli anni Sessanta – e saperla chiusa in casa, “assistita continuamente da un’infermiera”, oltre che dal figlio Sean, ci lascia un vago senso di malinconia.

Vedova da quasi quarant’anni di John Lennon, Yoko vive ancora in un appartamento di quel palazzo newyorkese all’ingresso del quale il marito venne assassinato nel dicembre del 1980. Ogni giorno per tanti anni ha attraversato la soglia che vide John cadere agonizzante, ben sapendo che se il mondo un giorno, forse, potrà perdonare l’assassino – Mark David Chapman – difficilmente saprà fare altrettanto con lei.

La sua colpa? Aver “diviso” i Beatles, naturalmente, insinuandosi come quinto, sgradito elemento della band. Sgradito da tutti ma non da Lennon il quale, per lei, non ha mai manifestato altro che amore, insistendo sul suo sentimento fino a farlo diventare sfida e provocazione quando tutti, i fan e la stampa, non facevano che reiterare ostilità nei confronti di quella piccola donna giapponese dai lunghi capelli neri. Non c’era chi non ne mettesse in ridicolo le ambizioni d’artista – lei e John si erano conosciuti nel 1966 a una sua personale londinese – senza esitare, per soprammercato, a criticarne l’aspetto fisico: privi di inibizioni imposte dal politicamente corretto, ma anche dalla decenza, i giornali la definivano semplicemente “brutta”.

L’amore non era una parte dell’equazione che il pubblico voleva considerare: Yoko Ono era un’opportunista, un’artista senza talento che brillava di luce riflessa, una “sfasciafamiglie” (Lennon, quando la conobbe, era già sposato) e in generale un’intrusa la cui ostinata e insopportabile presenza aveva reso impossibile ai Beatles continuare a far musica. Le cose, in realtà, erano andate un po’ diversamente ma, pur non priva di qualche responsabilità, Yoko fece da parafulmine per tutto il livore dell’opinione pubblica.

In fondo, le non poche vittime degli attuali linciaggi mediatici, praticati perlopiù via social network, dovrebbero considerarla come una loro antenata: lei c’è passata prima di tutti e ancora oggi, in molti forum di beatlesiani doc, c’è chi non rinuncia alla stoccatina, all’ironia, alla battuta tagliente.

Chissà se adesso, vedendola fragile e provata, il pubblico rivedrà la sua opinione. In un’intervista televisiva data dopo lo scioglimento dei Beatles, Lennon osservò che “se la gente insiste nel dare a Yoko la colpa dello scioglimento del gruppo, allora dovrebbe anche ringraziarla per tutta la buona musica che noi quattro abbiamo prodotto da solisti”. Forse sarebbe il caso di riscrivere la sceneggiatura di quel lungo film musicale per assegnare a Yoko Ono una parte meno sgradevole: non per pietà o compassione, ma perché, oggettivamente, nella sua vita da moglie e vedova di John Lennon i sentimenti hanno contato molto, e i sentimenti vanno rispettati.

In agosto, Mark David Chapman comparirà davanti alla commissione che, ancora una volta, dovrà decidere se concedergli la libertà vigilata, istanza fino a oggi sempre negata. Se perfino lui ha una speranza cui aggrapparsi, sarà il caso che il mondo conceda a Yoko Ono una tregua e le riconosca finalmente, al di là di ogni altro giudizio, di essere stata una donna che ha amato.

2 pensieri su “YOKO ONO, E’ IL MOMENTO DI PERDONARLA

  1. Johnny Roncalli dice:

    Caro Schiani, lo scrissi anni fa su @ltroPensiero, tutti gli sfegatati integralisti dei Beatles (me incluso) dovrebbero ringraziare Yoko Ono, se ha effettivamente contribuito indirettamente allo scioglimento. Che pena insopportabile sarebbe raccontare eventuali (inevitabili) stanchi e anonimi dischi dei Beatles sfornati negli anni ’70? Scrissi anche, provocatoriamente, che la sfortuna dei Rolling Stones è stata quella di non avere mai avuto la loro Yoko Ono.
    Quindi sì, se pure il merito fu colposo, le dobbiamo dire grazie.
    Johnny Roncalli

    • Mario Schiani dice:

      Gentilissimo,
      non oso pensare in effetti a un prolungamento della carriera dei Beatles come gruppo, magari negli anni Ottanta…

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