VLAHOVIC, COMMISSO, LA JUVE, 70 MILIONI: ANCORA STIAMO A PARLARE DI BANDIERE

Rocco Benito Giorgio Commisso (Marina di Gioiosa Ionica, 25 novembre 1949) è un imprenditore italiano naturalizzato statunitense. Fondatore di Mediacom, quinta azienda fornitrice di TV via cavo negli Usa, è proprietario dei New York Cosmos (dal 2017), della Fiorentina (2019), club con i quali ha coronato il suo secondo grande sogno giovanile, quando vinse una borsa di studio alla Columbia University grazie al trionfo in un torneo di calcio.

Fatta fortuna dall’altra parte dell’oceano, è tornato quasi in pianta stabile in Italia, a Firenze, per seguire da vicino la società viola dopo aver invano tentato di acquistare il Milan. Si è calato subito nella parte, lanciando strali contro il nemico giurato della tifoseria toscana: la Juventus. Il che non gli ha impedito – nel frattempo – di vendere proprio alla Juve le due stelle più luminose della sua squadra, Federico Chiesa nel 2020 e in queste ore Dusan Vlahovic, che l’ex direttore sportivo Pantaleo Corvino prelevò a 17 anni, nel 2017, dal Partizan Belgrado. Chiesa per 50 milioni, Vlahovic per 70 (cifra che, per inciso, costituisce il fatturato annuo della società viola). Gli sputa in faccia poi ci fa affari, insomma. Dove stiano la novità e lo scandalo, mi sfugge.

Difatti, la parte della tifoseria fiorentina più erudita ha già scelto il suo bersaglio – come accadde in passato per Chiesa e prima ancora per Federico Bernardeschi, ceduto nel 2017 sempre alla Juventus dagli allora proprietari della Fiorentina, i fratelli Della Valle – per sfogare la rabbia: non il presidente, ma il giocatore. Nella notte di lunedì, dopo che Sportitalia ha annunciato l’accordo Fiorentina-Juventus su Vlahovic attraverso un’intervista esclusiva al direttore sportivo viola Daniele Pradè, sui cancelli dello stadio Franchi di Firenze sono comparsi alcuni striscioni che salutavano “a modo” la partenza del loro idolo (44 gol in 98 partite). Striscioni che la toccavano garbatamente piano: “Il rispetto non si conquista con i gol, Vlahovic gobbo di m…”, “Vlahovic zingaro di m…”, “Le tue guardie non ti salveranno la vita: zingaro per te è finita”. Commisso può dormire sereno, con il pollice in bocca e il bottino sotto al cuscino: la caccia all’uomo di m… non lo riguarda.

Fossi nei panni dello zingaro di m…, che passa da un contratto biennale da poco più di 1 milione a stagione a un quinquennale da 7 ciascuno, guardie o non guardie non starei a preoccuparmi più di tanto: lo stadio e i suoi perimetri sono porto franco dove si può ancora gridare (o scrivere) negro, frocio, terrone senza incorrere in alcuna sanzione, provocando soltanto l’ipocrita sdegno dei corretti o la rimozione delle lenzuola verniciate a spray. Impunito, il branco abbaia ma per lo più non morde, se non negli autogrill indifesi o sbranandosi fra branchi.

Poesia e romanticismo per una bandiera che cambia bandiera, sposando quella del nemico, in quelle espressioni troglodite non hanno cittadinanza. Sono comunque la punta di un iceberg di rabbia, un’esternazione minacciosa causata dal tradimento che il fan vive tuttora in maniera spasmodica. Come se nel calcio del 2022 esistessero ancora bandiere e tradimenti: la strada di questo sport è lastricata di ferite al cuore dei tifosi. In Spagna, Figo e Schuster dal Barcellona al Real Madrid. Gotze dal Bayern al Borussia Dortmund andata e ritorno. Campbell dal Tottenham all’Arsenal. In Italia Collovati dal Milan all’Inter (come l’allenatore Castagner negli anni ’80), Higuain dal Napoli alla Juve, Ronaldo dall’Inter al Milan via Madrid, l’ultimo Calhanoglu dall’Inter al Milan come in tempi più remoti Ibrahimovic. Per non parlare di Gigio Donnarumma. E quel Fabio Capello che disse: “Alla Juve mai” quando vinse lo scudetto alla Roma, e qualche anno dopo alla Juve ci andò eccome. Un elenco che a spulciarlo tutto si potrebbe scrivere un libro.

Tradimenti? Storie di soldi nudi e crudi, vicende pittate di professionismo, travestito con baci alla maglia, agli stemmi, con cuoricini eccetera eccetera. Sarebbe più interessante capire come un club indebitato come la Juve, che ogni tre per due fa aumenti di capitale da centinaia di milioni, continui a spendere e spandere con disinvoltura e nonchalance, ma suvvia: questo pallone ha già spinto da lustri tifosi e giornalisti sportivi tra le grinfie della finanza.

Così, fuorigioco, diagonali, dribbling e cross ormai sono assai meno citati di bilanci e plusvalenze, ammortamenti e closing, costi e ricavi. Quindi, lasciamo che degli affari di casa Juve (non) se ne occupino Consob, Covisoc, Finanza e dintorni. Se è tutto a norma, come di norma nel calcio è tutto a norma, dove sta il sospetto? E qual è esattamente il problema?

Quanto a Vlahovic, ha fatto la sua scelta e preso la sua strada. Comprendo l’amarezza dei fiorentini, quelli civili, ma in questi casi non riesco mai a non citare il comico genovese Enrique Balbontin, che chiudeva una sua gag dicendo: “Son tutti omosessuali con il sedere degli altri”. Che su uno striscione fiorentino si scriverebbe: “Son tutti froci col culo degli altri”. Amen.

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