VIVERE CON ROTTAMI DI RAZZO CINESE SULLA TESTA

di GIORGIO GANDOLA – Adesso c’è pure il razzo che ci cade in testa. Non bastavano i wet market e i pipistrelli canditi del virus, le prove tecniche di democrazia comunista a Hong Kong e il Monopoli di Stato sulle aziende private: i cinesi hanno cominciato a giocare anche con le sonde spaziali. Devono aver visto Apollo 13 o letto la biografia di Juri Gagarin e si sono messi in testa di andare sulla Luna con 50 anni di ritardo rispetto agli imperi del Secolo breve. Come diceva Tom Hanks nel film, “il problema è sempre il rientro”, e il razzo cinese senza equipaggio non sfugge alla regola: il 10 maggio tornerà nell’atmosfera e secondo gli scienziati potrebbe colpire l’Italia (in particolare il Centro-Sud).

Nessun allarmismo, ma forse sarebbe bene procurarsi un elmo o un ombrello di stoffa pesante perché – per citare Abraracourcix, uno dei filosofi più saggi e dimenticati della Storia (tutte le sue massime sono contenute nella collezione di Asterix) – ”è sempre possibile che il cielo ci cada sulla testa, ma non oggi”.

Il missile cinese è una scheggia impazzita, si chiama Long March 5b in ricordo della Marcia di Mao Tze Tung e il 29 aprile ha portato in orbita il primo modulo centrale della nuova stazione spaziale di Pechino. Obiettivo finale: mandare uomini sulla Luna entro il 2022 a recuperare rocce per consentire agli scienziati di conoscere le origini e l’attività vulcanica del satellite più celebrato da poeti e musicisti. La missione avrebbe dovuto compiersi nel 2017, ma numerosi guasti al motore hanno causato antipatici ritardi.

Ora il propulsore orbita attorno alla Terra ogni 90 minuti e questo rutilare da mal di testa rende impossibile calcolare la traiettoria esatta per il ritorno a casa. I cinesi avevano previsto tutto tranne che le conseguenze, e anche questo ci ricorda la genesi di un certo dramma sanitario con il quale stiamo ancora facendo i conti. Gli esperti di mezzo mondo sono impegnati a controllare il razzo e temono che il suo rientro possa causare una pioggia di detriti. Luciano Anselmo, scienziato dell’Istituto di Scienza e Tecnologie del CNR di Pisa, sta pure perdendo la pazienza: ”È la seconda volta che accade con questa versione del razzo. La prima avvenne nel maggio 2020 quando i frammenti erano finiti su alcuni villaggi in Africa”.

Allora i lamieroni del Long March si abbatterono sulla Costa d’Avorio danneggiando case e villaggi, ma poiché si era all’inizio della pandemia la cosa passò inosservata. Un anno fa i “bimbiminkia” spaziali di Pechino avevano altro di cui giustificarsi, adesso sono di nuovo al centro dell’attenzione. Lo sono anche perché il giorno del lancio hanno voluto strafare. Pechino ha pubblicato la foto della partenza del razzo accanto a quella di una pira indiana con i cadaveri del Covid. E nello squallido post (poi rimosso) era scritto: “Accendere un fuoco in Cina vs accendere un fuoco in India”.

Nella speranza che i cinesi inseriscano nella prossima capsula il navigatore satellitare della Punto bloccato sull’Oceano Pacifico, meglio ogni tanto guardare il cielo. C’è il rischio di centrare un palo o (se vivi a Milano) il monopattino di Beppe Sala, ma sarebbe meno grave che essere colpiti dalla Mir di Pechino.

Ve la ricordate, la Mir? Fu l’ultima eroica stazione spaziale sovietica. Vagava perdendo i pezzi nell’iperuranio, simbolo di un impero in sfacelo e della presunzione di uomini troppo piccoli per dominare l’universo grande e misterioso.
Nell’intento di non allarmare il pianeta, l’astrofisico Jonathan McDowell di Harvard ha dato una spiegazione sorprendente del pasticcio cinese: “Nel caso peggiore sarebbe simile a un piccolo incidente aereo, ma con abbastanza frammenti e detriti che potrebbero provocare ingenti danni”.

Calcolato da Spacenews.com, il rischio che un essere umano venga colpito da detriti spaziali “è estremamente basso, stimato a 1 su diversi trilioni”. Senza contare che il 70% del pianeta è formato da mari e oceani. Si spera che almeno questa volta i rottami della Long March – senza grandi timonieri a bordo – arrugginiscano sui fondali dopo il definitivo tuffo negli abissi.

 

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