VIOLENZE SESSUALI NELLO SPORT: E’ IMPUNITA’ DI GREGGE

di PIER AUGUSTO STAGI – Non è un libro, ma un pugno nello stomaco, che ti lascia senza fiato. Anche se poi te lo leggi in un amen, perché non credi ai tuoi occhi, e non li stacchi più da quelle pagine fin quando non sei arrivato sino in fondo. È un lavoro monumentale e doloroso, che ci mette davanti ad una realtà scomoda, che molti ancora oggi fanno finta di non vedere, perché è meglio che i panni si lavino tra le mura di casa, e se non si lavano ancora meglio.

“Impunità di gregge – Sesso, bugie e omertà nel mondo dello sport” è il titolo efficace del saggio-denuncia di Daniela Simonetti (Chiarelettere. Pagine 228. Euro 16,00), che circumnaviga nella Repubblica degli omertosi, che non gradirà certamente questo libro e continuerà o proverà ad andare avanti come sempre, facendo finta di niente.

Il “dossier” parte da Larry Nassar, medico della nazionale americana di ginnastica artistica condannato al carcere a vita dopo aver molestato circa cinquecento bambine in tre decenni. Un libro verità, che solleva un velo con dati di fatto, con carte alla mano, con decine e decine di denunce raccolte negli ultimi anni, che hanno reso necessario questo tipo di lavoro. La denuncia è chiara: lo sport può diventare la copertura perfetta per i pedofili come Nassar. E questo problema riguarda tutto il nostro sport, nessuno escluso.

Da noi i casi censiti ed emersi da denunce – avvenute tra il 2014 e il 2019 – sono circa 90. Il triste primato, per ora, spetta al calcio con 21 casi, seguito da equitazione 16 e il volley 13. «Applicando il numero oscuro i casi sarebbero almeno 300 – spiega l’autrice di “Impunità di gregge” -. Fenomeno sottostimato che si allarga con la complicità di federazioni indifferenti alla problematica e un sistema che approfitta delle maglie larghe della giustizia sportiva».

Oggi quelle Federazioni che sono finite nel cono di luce dello scandalo, a prima vista possono sembrare essere le peggiori, anche se dal libro emerge chiaramente che quelle che hanno avuto la forza di sollevare il velo dell’omertà sono chiaramente in una posizione di avanguardia, di mutazione e salto culturale, rispetto alle tantissime che si trincerano dietro alla teoria “delle quattro mele marce”. Per loro il tabù delle molestie non va rotto. Le vittime? Provocano. La colpa? Delle famiglie. Cosa si può fare? Niente. Ma si può sempre fingere di fare: in questo sono tutte molto capaci.

È un libro che fa bene leggerlo, anche se fa maledettamente male. È un lavoro doloroso, che andava però fatto e Daniela Simonetti ha questo grande merito. In Italia sono 4.703.000 gli atleti tesserati delle federazioni sportive nazionali. Le donne sono il 28,2 per cento del totale, gli under 18 il 56,7 per cento. «Ciononostante non c’è una norma, un codice, un articolo, neanche un comma dedicato alla questione della violenza sessuale e degli abusi», spiega la Simonetti, giornalista professionista all’Ansa, che nel 2019 ha fondato “Il Cavallo Rosa / ChangeTheGame”, la prima associazione italiana contro gli abusi sessuali nello sport, e che con questo lavoro racconta con precisione episodi, riporta fatti, indagini e dati, fa nomi e cognomi, costruendo da capace cronista un libro che offre al lettore gli strumenti per conoscere e capire, non solo il contesto sportivo italiano ma anche quello internazionale.

Lo sport si difende e si difenderà, come sempre. E la tiritera sarà sempre la stessa: «Era consenziente», «Provocava», «Se l’è cercata». Ci sono tante storie, come quella dell’istruttore di scherma di Massa di Somma, o del politico e istruttore di equitazione. Tanti casi, tanti documenti, uno di fila all’altro, che rendono questo libro a tratti atroce e spietato. Come nel racconto di quel ragazzino di 16 anni, picchiato, denudato, umiliato e penetrato dal suo allenatore di football americano.

E c’è una parte dedicata anche al ciclismo, partita dalla denuncia di Ester Meisels e altre ciclistiche, le quali seppero denunciare alla commissione etica dell’Uci (Unione Ciclistica Internazionale) molestie e abusi sessuali da parte del loro dirigente Patrick Van Gansen. L’Uci è tra quelle federazioni mondiali che è corsa prontamente ai ripari, non ha fatto finta di niente, non ha nascosto la polvere sotto il tappeto, ma si è mossa tanto da aggiornare il proprio codice etico a novembre del 2018, con l’obiettivo di proteggere le atlete vittime di molestie e abusi. Adesso il denunciante può mantenere l’anonimato in modo che la sua privacy sia garantita. Squadre come il team Sunweb hanno varato un decalogo accompagnato dall’hashtag #metoocycling, che prevede l’istruzione di una commissione interna di garanti in grado di prendere provvedimenti immediati.

In Italia il problema nel ciclismo esiste – come hanno raccontato qualche tempo fa “Il Giornale” e “tuttobiciweb.it” – ma è tremendamente difficile rompere la cortina di ferro che si è venuta a creare. C’è anche il problema del non dire, di non ammettere. C’è paura di essere esclusi. E poi c’è sempre quell’adagio: «Il tradito potrà anche essere un ingenuo, ma il traditore rimarrà un infame». L’abuso, per dinamiche omertose, viene accostato al doping dall’ex campione olimpico del ciclismo (ad Atlanta ’96) Silvio Martinello, il primo a denunciare fatti molto gravi già nel lontano 2007, e confermati a “Il Giornale” da un padre coraggioso che ha provato a scardinare il muro del silenzio. E ora sua figlia, Maila Andreotti, dovrà difendersi dall’accusa di diffamazione.

Si parla anche di pallavolo, il pianeta femminile per eccellenza, con il 77% di tesserate, atlete a fortissimo rischio per la presenza di allenatori che anche se già condannati per pedofilia hanno continuato impunemente ad allenare. «Da segnalare l’azione del Consorzio Vero Volley che ha introdotto la figura del “doppio coach”, ha avviato corsi di formazione sul tema delle molestie e messo a punto un decalogo con i comportamenti da tenere nei riguardi dei minori, firmato dagli allenatori che devono produrre i certificati penali e dei carichi pendenti», continua la Simonetti.

Così come la Federazione italiana di Baseball e Softball si è costituita parte civile per i reati che attengono alla sfera della violenza sessuale e adesso richiede ai suoi tecnici e dirigenti certificati penali a cadenza semestrale. «Se il certificato penale fosse entrato in vigore prima, forse il “mister” Gianfranco Dugo, 56 anni, arrestato nel marzo scorso, non avrebbe potuto molestare i giovanissimi calciatori di sei squadre piemontesi e lombarde i cui dirigenti ignoravano le sue tre condanne per detenzione di materiale pedopornografico e atti osceni su minori», ha scritto Marco Bonarrigo sul “Corriere della Sera” nel gennaio 2018.

Scrive sempre la Simonetti: «La questione degli abusi e delle violenze è stata affrontata da Malagò in più occasioni pubbliche. La sua prima battaglia, la madre di tutte le battaglie, è stata convincere il ministero di Grazia e Giustizia a esentare i collaboratori sportivi – il 90 per cento degli operatori del settore – dalla presentazione dei certificati penali e del certificato dei carichi pendenti già nel 2014».

Ben diversa la posizione adottata dal presidente della Fifa Gianni Infantino: «Si tratta di un problema reale che dobbiamo affrontare senza nasconderlo sotto il tappetto. Come ho già proposto a settembre nell’ambito del congresso Fifa, penso che la creazione di un’agenzia internazionale, sul modello di quanto esiste nella lotta al doping, sarebbe molto utile».

Sono sempre di più quelli che cercano di non mettere la testa sotto la sabbia, sono ancora troppi però quelli che credono che siano sempre e solo «quattro mele marce». La verità è che il cestino è pieno e di cestini ce ne sono davvero tanti. E il faticoso lavoro messo assieme da Daniela Simonetti è qui a testimoniarlo.

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Un commento su “VIOLENZE SESSUALI NELLO SPORT: E’ IMPUNITA’ DI GREGGE

  1. Fiorenzo Alessi il said:

    Egr. Dott. Pier Augusto STAGI,
    mettiamola così : lo sport , ed i relativi contesti sociali, fanno comunque parte di questo bel modo in cui ci si trova a vivere.
    Potrei ben dire…di questo mondaccio . Visti gli argomenti che si affrontano , non credo di esagerare.
    Circostanze, situazioni, fatti che segnano le persone, donne o uomini poco conta, e le segnano per sempre.
    A fronte di questo calvario, umano o giudiziario che poi sia, si imporrebbero un’attenzione ed una dedizione , con adeguate dosi di determinazione, che, pur non latitando , rimangono ancora relegate pressoché esclusivamente ai cd. addetti ai lavori.
    Con l’aggravante, e lo dico a ragion veduta e per consolidata esperienza , di un ordinamento processualpenalistico che riserva tuttora alle vittime di reato, pur grave ed odioso com’è ogni forma di abuso o violenza, una posizione benevolmente definibile …di rincalzo. In alcuni casi, quasi
    d’intralcio .
    Nonostante benemerite e lodevoli eccezioni , questa è fondamentalmente la realtà.
    Affrontarla consapevolmente ed in maniera competente , senza inquinamenti corporativi o populistici , potrebbe già essere un buon viatico.
    Cordialmente.
    Fiorenzo Alessi

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