UN UOMO SOLO, MANCINI

Ci sono anziani genitori, giovani mogli, figli ragazzini nell’umanità intima e familiare che resta a soffrire di malinconie e di rimpianti. Nel giro di un mese, la morte acerba e feroce di Mihajlovic e poi di Vialli ha invaso due famiglie e ci ha piantato le tende, un’occupazione che mai e poi mai cesserà del tutto, nemmeno dopo il buon lavoro del miglior terapista, il tempo.

E poi però c’è anche Roberto Mancini. Visti dalla sua prospettiva, questi due lutti si susseguono nel giro di poche settimane in un gioco perverso del destino. Un gioco strambo e insondabile. Due amici persi per strada nell’età godibile della migliore maturità, due vuoti che si aggiungono uno all’altro con un risultato di solitudine doppia, ammesso che la somma di un vuoto più un altro vuoto faccia aritmeticamente due vuoti, e non invece un vuoto enorme, incolmabile e insanabile per sempre.

Ha scritto Voltaire che l’amicizia è il balsamo della vita. Ma tutti, proprio tutti, hanno voluto dire la loro sull’amicizia, cercando di definirla nei modi più poetici o più scettici. Certo, anche scettici, perchè l’amicizia è un bene talmente prezioso e raffinato, da portarsi dietro inevitabilmente un sacco di imitazioni volgari, le patacche delle amicizie formali, ipocrite, interessate, ciniche, calcolate. Tutti passiamo la vita a discernere, a distinguere cioè quelle buone e vere da quelle cattive e false. Ma quando ci sembra di averne ricevuta in dono una con tanti carati, allora sì, comprendiamo subito che cosa intendesse Voltaire, l’amicizia è davvero il balsamo della vita.

Da quanto sappiamo, da quanto vediamo, Mancini si era ritrovato immerso in una Jacuzzi di balsamo. Aveva due amici veri e insostituibili. Nel giro di un mese li ha persi entrambi, aggrediti mortalmente da malattie odiose. La doppia mutilazione arriva proprio nell’età in cui si comincia a godere pienamente il sapore delle cose, a selezionare quelle davvero importanti e a sfrondare quelle decisamente insulse. Il grande vuoto gli tocca proprio quando gli amici veri cominciano a immaginarsi di invecchiare insieme, tenendosi su di spalla, dopo averne combinate e condivise di ogni nella stagione della giovinezza svalvolata. Non è importante adesso sapere se Mancini sia bravo o solo fortunato, se sia simpatico o antipatico: non è questo il momento di dibattere le solite cose. Adesso chi guarda davvero Mancini non vede un ct  e non vede un personaggio: vede un amico solo, uno degli amici più soli al mondo, perchè improvvisamente ne ha persi due, due dei migliori, due di quelli che noi uomini sommariamente definiamo fratelli.

E’ una di quelle incredibili situazioni in cui l’amico rimasto avverte da qualche parte persino il tarlo ingiusto e fastidioso del senso di colpa, qualcosa che ha a che fare con il perchè a lui e non a me. Anche Mancini forse si chiederà perchè loro e non me, ma lui come tutti gli amici sopravvissuti dovrà fare lo sforzo di non cercare spiegazioni, semplicemente accettare e prendere atto, perchè quando un’amicizia comincia e poi cresce, fino a diventare magnifica, questa domanda accompagna sempre la storia, chi piangerà l’altro, a chi mancherà l’altro, chi dovrà un giorno accompagnarsi al vuoto e riscaldarsi un minimo al calore tiepido del ricordo.

Un pensiero a Mancini è umano e doveroso. Anche per lui è un momento della prova. Nessuno può dire come si sopporta e come si supera la prova strampalata e sadica di perdere due grandi amici nel giro di un mese. Forse, la bellezza del momento sta proprio nel sapere che questo vuoto e questo silenzio non si supereranno mai. Nel non volerli superare proprio. Sarà la consolazione carica di nostalgia che comunque servirà negli anni a venire.

E comunque, anche se l’amico non c’è più, resta per sempre la meravigliosa sensazione di aver vinto una grande lotteria di vita, con il montepremi più ricco di tutti: averlo incontrato, amato, alla fine pianto come una parte di sè. La parte migliore.

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