UN MORTO ALBANESE NON VALE UN MORTO AMERICANO

di JOHNNY RONCALLI – Qualche articolo subito dopo l’accaduto, per qualche giorno fugaci richiami e poi solo brace che lentamente si va spegnendo. Improvvisamente, sulla pagina del “Corriere” dedicata alle lettere compare lo scritto di Denata Ndreca, poetessa e scrittrice albanese che vive in Italia da vent’anni, informazioni che apprendo dalle sue parole.

Parole che esprimono indignazione per l’oblio nel quale già è precipitata la morte di Klodjan Rasha, venticinquenne ucciso perché uscito di casa dopo il coprifuoco a Tirana. A prendere le sigarette dice la sorella. Senza mascherina e in fuga per lo spavento in direzione casa racconta la cronaca, casa che non raggiungerà mai perché abbattuto da un agente.

A Tirana esplodono proteste, decine di giovani vengono arrestati, il ministro dell’interno si dimette, ma chi ne è al corrente? Non vi sono santi, non vi sono eroi da raccontare, ma non si muore in questo modo, a qualsiasi latitudine.

Dice, Denata Ndreca, <<Ho sperato di sentire la voce della stampa italiana. L’ho sempre sentita quando si trattava di noi albanesi sbattuti in prima pagina – solo per la cronaca nera -, ma sull’uccisione di Klodjan nessuno parla. Forse perché non siamo uguali neanche davanti alla morte… Per la morte di un cittadino americano ci si inginocchia in Parlamento, per la morte di un cittadino albanese ci si affoga nell’indifferenza, per di più, avendo qua, in Italia, una grande percentuale del nostro popolo. Un paese vuol dire non essere soli, scriveva Pavese… Forse per questo, il mio Paese non è mai stato Paese…>>

Ci sarebbe da mettere in campo la situazione politica in Albania, il primo ministro Rama, storie di corruzione, di un Paese che è sempre stato di tutti e non è mai stato di sé stesso. Ma è sulla morte di Klodjan Rasha che mi soffermo, ha ragione Denata Ndreca, esistono anche le classifiche dei morti, non sono tutte uguali le morti.

Anche nella morte la narrazione fa la differenza. La vicenda di George Floyd giustamente ha scatenato boati planetari, il corpo di Floyd e quelli dei suoi connazionali vittime di medesimi crimini sono stesi su una montagna fatta di strati di plurisecolare razzismo, ma questo non dovrebbe giustificare il silenzio o la sordina usata per morti meno appariscenti, meno attraenti, perché meno ci permettono di schierarci e farci portabandiera di cause che ci fanno belli e ci fanno bella la coscienza.

È inutile negarlo, un morto a Tirana, a Kabul, a Macallè, non vale quanto un morto a Minneapolis.

Chi salva una vita, salva il mondo intero, recita il Talmud. Chi uccide un uomo, uccide il mondo intero, bisognerebbe pensare.

Purchè le coordinate geografiche siano quelle giuste, anche a Natale.

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