UN FIL DI SPERANZA

di GHERARDO MAGRI – Fil contro Pil. Non è il titolo di un nuovo cartone animato giapponese. Fil significa Felicità interna lorda e Pil – lo dovremmo sapere tutti – Prodotto interno lordo.

Il secondo è la misura del mondo occidentale di come vanno le economie nazionali e, di solito, a noi va un po’ di traverso perché si porta con sé altri lugubri indicatori finanziari come l’indebitamento, che ci vede sempre più o meno soccombere. Un indicatore grigio, triste e pure arido. E’ l’Indice indiscusso che determina la salute di un paese. Se cresce sei forte, se va indietro sei in crisi. Ma siamo sicuri che il Pil sia per forza il giudice supremo di come siamo in realtà, di come i cittadini valutano la qualità della propria vita? Assolutamente no. Per avere un’idea della salute vera di un popolo ci vuole ben altro.

Ed ecco arrivare in aiuto il Fil. Un concetto piuttosto rivoluzionario e provocatorio. Vuole essere l’antagonista dei soli dati finanziari, perché il mondo non ci sta più ad ascoltare i soloni-tromboni dei mercati e delle varie commissioni. Quando si dice che l’unica costante è il cambiamento, allora dovremmo essere coerenti e buttare a mare i cliché di un passato che non ci rappresenta più. Le nove componenti della misurazione della felicità lorda sono affascinanti: benessere psicologico, salute, istruzione, cultura, utilizzo del tempo, amministrazione pubblica, vitalità della comunità, rispetto dell’ambiente, standard di vita.

Non è musica per le nostre orecchie? E’ come spalancare le finestre e respirare aria fresca. Facile dirlo, utopico, demagogico e impossibile, diranno i più disincantati e cinici. Come si fa ad applicare in concreto? Ovvio, se la tua testa è incatenata da decenni di dottrina classica, non te la caverai mai. Qualcuno è partito con questo pazzo sistema? Certo, ci sono i volontari e idealisti del Bhutan, che fin dal 1975 ci provano a misurare qualcosa che non sia strettamente numerico. Tanto per capirci, questo minuscolo stato hymalaiano di 80.000 anime incastrato tra il Tibet e l’India, è al 160simo posto per il Pil, ma balza al numero 8 nella classifica ufficiale del World Happiness Report (non esattamente il corrispondente del Fil, ma ciò che gli assomiglia di più). Poveri ma felici, no? Il Bhutan è un vero e proprio laboratorio di idee sul benessere, seguito da centinaia di esperti e sotto il riflettore dei sociologi di tutto il mondo.

Adesso se ne sta parlando più diffusamente.  Nelle aziende sta prendendo consistenza il tema del benessere dei dipendenti e, piano piano, si fanno progressi importanti. Ricerche sul clima interno e iniziative a migliorare la vita lavorativa si moltiplicano. Posso testimoniarlo di persona. Anche i meno “puri” sono invitati a riflettere sul tema: la felicità aziendale porta a lavorare meglio, con più energia e, alla fine, con più risultati. Mi considero un pioniere del genere. Quando ne ho parlato per la prima volta seriamente la bellezza di oltre quindici anni fa, gli occhi a palla e le mascelle cadute non si contavano. Poi, con coerenza e coraggio, i team si consolidavano e trovavano qualcosa oltre il mero numero da raggiungere. Si provava a cercare la propria motivazione e soddisfazione nel fare le cose. Una cosa sono riuscito a dimostrarla: nei momenti di vera difficoltà, nessuno ha abbandonato la nave e ho potuto contare sul contributo di tutti per venirne fuori. Impossibile farlo se non ti misuri anche sugli aspetti comportamentali ed emotivi. Questa è la base più solida per costruirci un concetto di benessere aziendale. La maggior parte della nostra vita la passiamo in un ambiente lavorativo: stare bene lì ci fa star bene anche nel privato e viceversa.

L’Italia come è messa? Nella classifica ufficiale male: solo al 48esimo posto, le nostre zavorre sono come al solito la burocrazia, la corruzione, la pubblica amministrazione che non funziona, ecc. ecc.. Non deprimiamoci troppo, però. Dal settore privato ci sono segnali forti di cambiamento in arrivo e in poco tempo potremmo pensare di andare a braccetto con gli amici asiatici.

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