UN DISASTRO CHIAMATO PAC

di PAOLO CARUSO (agronomo) – L’agricoltura è l’attività economica più antica svolta dall’uomo e forse anche per questo viene comunemente vista come un settore tradizionale, a volte statico, incapace di contribuire attivamente allo sviluppo delle economie nazionali. Tutto questo nonostante custodisca un grande potenziale in termini di innovazione e sia chiamata nei prossimi anni ad affrontare cambiamenti rapidi e significativi, dovuti a fattori esterni anch’essi in rapida evoluzione.

La mera presenza dell’agricoltura in un’area particolare non implica sempre effetti positivi, poiché in alcuni casi specifici i sistemi di produzione ad alta intensità possono provocare problemi ambientali. Di norma le piccole aziende fanno della sostenibilità ambientale un loro principio fondamentale, mentre le grandi aziende interpretano la loro mission imprenditoriale come le realtà industriali, relegando sullo sfondo l’impatto sull’ambiente delle loro azioni.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, attualmente le aziende agricole a conduzione familiare rappresentano oltre il 90 % di tutte le aziende agricole mondiali e producono circa l’80% – in termini di valore – del cibo consumato al mondo (dati FAO). Anche se questo cibo serve, in grande parte, per il soddisfacimento del fabbisogno familiare di chi lo produce. La realtà attuale offre una grande contraddizione, come ama dire il noto oncologo, professor Franco Berrino: “Al giorno d’oggi ci sono agricoltori poveri che producono cibo per ricchi e agricoltori ricchi che producono cibo per poveri. Stiamo arricchendo chi ci impoverisce la salute e impoverendo chi ce la potrebbe salvare.” Questa dicotomia sta rivelando i suoi effetti più devastanti in sede di discussione e approvazione della Politica Agricola Comune (PAC) europea.

Le prime votazioni hanno prodotto un chiaro indirizzo a favore delle richieste dei grandi agricoltori ‘industriali’ piuttosto che quelle dei piccoli e medi agricoltori. La PAC è il più grande programma di sussidi diretti esistente al mondo, 390 miliardi per il periodo 2021-2027, oltre un terzo del bilancio Ue: nel corso degli anni è stata oggetto di corruzioni e indebiti accaparramenti, una sorta di vacca da mungere dagli allevatori più furbi i quali hanno sede soprattutto in Francia, maggiore destinatario degli aiuti, Germania, secondo beneficiario, Spagna e Italia. Ma negli ultimi anni anche Polonia e Ungheria hanno visto incrementare le elargizioni a loro favore, con l’aggravante della consuetudine di usare il fondo comune per rafforzare il potere politico della classe dirigente, tramite elargizioni discrezionali di fondi agli imprenditori fedeli.

Al di là di logiche nazionaliste e tecnicismi legislativi, le proposte per la nuova PAC affondano una visione ecosostenibile dell’agricoltura, dando la stura a un approccio ‘industriale’ che poco a che vedere con la richiesta di una drastica riduzione di input chimici e con il sostegno alle metodologie proprie dell’agricoltura biologica. Principi premiati tra l’altro anche dai consumatori (i quali sempre più frequentemente scelgono prodotti sostenibili o ecofriendly) e confermati dalle statistiche che riportano un aumento dei consumi domestici di alimenti biologici che, in Italia, hanno raggiunto la cifra record di 3,3 miliardi per effetto di una crescita del 4,4% da giugno 2019 a giugno 2020 (dati Ismea).

Un modello di sviluppo unico che ha garantito all’Italia anche il primo posto in Ue per valore aggiunto con 31,8 miliardi di euro correnti nel 2019, superando la Francia (31,3 miliardi), mentre più distanziata, in terza posizione, è risultata la Spagna (26,6 miliardi), seguita dalla Germania (21,1 miliardi). Nonostante questo l’agricoltura italiana è la meno sussidiata tra quelle dei principali Paesi europei.

Il Parlamento europeo non è stato in grado, per l’ennesima volta, di cogliere l’occasione del voto sulla nuova PAC per compiere la svolta necessaria verso la difesa del clima, dell’ambiente, della salute e delle tante aziende agricole virtuose medio-piccole, scegliendo di continuare a utilizzare un terzo del bilancio europeo per sostenere agricoltura industriale e allevamenti intensivi, dimenticando le aziende medio-piccole dalle quali si potrebbe ripartire per un modello agroalimentare più sostenibile, resiliente e coerente con i bisogni del pianeta.

Una scelta da combattere, che, se confermata, pagheremo sulla pelle nostra e dei nostri figli.

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