TUTTI PRONTI COL POP CORN AL GRAN GIOCO DEL PRESIDENTE

Nessuno ha i numeri, neppure quelli del Lotto. Parte da qui la corsa al Quirinale per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica, una gara a tappe fra partiti e coalizioni che si presenta impervia anche se Matteo Renzi (uomo di fiuto e di azzardo) assicura: «Entro venerdì avremo il capo dello Stato».
Nei giorni scorsi la marcia d’avvicinamento alla prima chiamata si è trasformata in un allegro luna park politico, in un gioco di società stile Mercante in Fiera con una dozzina di nomi di pretendenti più o meno credibili, attorno ai quali il sistema mediatico ha giocato ai dadi. In qualche caso (“La Repubblica”) anche avvalendosi di un simulatore interattivo per rendere più tecnologico il divertissement.
Nessuno ha i numeri e tutti sono prigionieri di qualcosa. Il Centrodestra lo è del suo vantaggio competitivo. Questa volta conta su più Grandi elettori, dopo 28 anni di sconfitte siede al tavolo da poker senza avere scritto «pollo» sulla fronte («Se dopo mezz’ora di gioco non sai chi è il pollo, significa che il pollo sei tu», mi diceva un grande baro di Salsomaggiore finito a fare solitari in carcere per qualche tempo). Dopo aver dovuto digerire un magistrato berlusconofobo nell’era di Tangentopoli (Oscar Luigi Scalfaro), un tecnocrate di area socialista (Carlo Azeglio Ciampi), un ex leader comunista (Giorgio Napolitano) e un avveduto colonnello del Pd (Sergio Mattarella), può dare le carte ma anche incartarsi.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono rimasti per giorni sul pero ad aspettare la risposta di Silvio Berlusconi, che a 85 anni si era “autocandidato” mandando ai matti la sinistra degli indignati per decreto. In una settimana il “volto più presentabile del centrodestra”, il “garante della stabilità”, “Il leader saggio della maggioranza Ursula” – definizioni rispettivamente di Enrico Letta, Giuseppe Conte, Romano Prodi quando Mister B. faceva loro comodo – è tornato ad essere il Caimano. Molto bene.
Alla fine il Cavaliere divisivo è sceso di sella. Lo ha fatto per la consapevolezza di non essere fisicamente in grado di reggere sette anni al top; un minuto dopo il passo indietro è stato ricoverato al San Raffaele per controlli. Sempre che non ricompaia come un fantasma dell’opera alla quarta votazione, quando il quorum scenderà. Il suo ritiro è un sospirone per i magistrati italiani che hanno rischiato di dover appendere dietro le loro nuche il ritratto dell’indagato speciale di una vita (36 processi in 25 anni).
Ora da quella parte salgono le quotazioni dell’ex presidente del Senato Marcello Pera, della presidente attuale Maria Elisabetta Casellati, di Letizia Moratti e soprattutto di una figura condivisa in partenza come quella di Pierferdinando Casini detto Pierfurby, che nella sua carriera è passato da destra a sinistra e ritorno come un traghetto della Moby, quindi sa accarezzare tutti i cuori. Mettiamola così.
Il centrosinistra è prigioniero del Movimento 5Stelle e dell’eterna pretesa superiorità morale. Non avendo un nome da mettere sul tavolo (Giuliano Amato i grillini non lo votano), ha trascorso un mese a tentare di convincere un irritato Mattarella a concedere il bis e a dettare le regole del gioco. “Serve un candidato condiviso”, va ripetendo Enrico Letta, in cuor suo convinto che gli unici candidati condivisibili siano quelli battezzati dal Pd. Così si aggirano per le anticamere Paolo Gentiloni, Rosi Bindi, l’eterno beffato Romano Prodi, il principe delle prefazioni Walter Veltroni. Molto difficile che il centrodestra li consideri super partes; è già stato scottato quattro volte e come dicono gli inglesi “potrebbe votarli solo in un momento di distrazione degli infermieri”.
Super partes. Bella pretesa, non lo è mai nessuno. Neppure Mattarella, che si illude di lasciare “un Paese unito” e invece non è mai stato così diviso. Da presidente del CSM avrebbe potuto almeno fare pulizia nel mondo della giustizia malata e invece si è voltato dall’altra parte.
L’unico davvero al di sopra delle scaramucce da ballatoio potrebbe essere Mario Draghi; in molti ne auspicano il trasloco sul Colle. Ma anche il premier è prigioniero di qualcosa: palazzo Chigi. I poteri forti spingono per lui e lui si è garantito l’appoggio dei media: uno dei primi invitati per le consultazioni informali è stato John Elkann. Ecco uno che non ha bisogno di rispondere alle domande dei giornalisti, ma gli basta guardare negli occhi gli editori.
Anche i partiti (più a sinistra che a destra) voterebbero Draghi per avere un solido garante della Costituzione e dei rapporti con l’Europa nei prossimi sette anni, ma non sanno poi chi mettere al suo posto. Marta Cartabia? Vittorio Colao? Qualcuno terrorizza i bambini buttando lì anche il nome di Luigi Di Maio. Se fosse un altro tecnico, per la prima volta nella storia l’Italia avrebbe contemporaneamente due non eletti sulle due poltrone più importanti. Un’evidente anomalia istituzionale. Ma il problema dei pentastellati, che rappresentano l’allegra maggioranza in parlamento, è un altro: con Draghi al Quirinale il “collante democratico” avrebbe la presa di una cicca masticata e governo rischierebbe di cadere. Sciagura inaccettabile perché per i numerosi neofiti della politica non scatterebbero le pensioni. Nel segreto dell’urna conta anche il mutuo sulla bifamiliare a Spotorno. Quindi può succedere di tutto, anche che i franchi tiratori vivano momenti eroici.
Parte il grande gioco di ruolo, si consigliano coca cola e popcorn. Con la consapevolezza volpina di Giulio Andreotti: “Quando nessuno ha i numeri, vincono i democristiani mascherati”. Stai a vedere che il presidente lo elegge come al solito Mastella.

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