TRAGEDIA ALL’ITALIANA

di MARIO SCHIANI – La chiameremo “Tragedia all’italiana” per distinguerla dall’altra, la “Commedia”, che per tanti anni ci ha fatto compagnia e oggi va definitivamente data per morta. La commedia aveva il pregio di farci ridere, ma per ridere occorre una certa disposizione d’animo, un’apertura a riconoscere il ridicolo per tale, l’imprevisto per quel che è, il paradosso per commento sociale. Ci vorrebbe anche un pizzico di autoironia ma quella, nell’Italia del 2020, te la saluto. C’è chi dice di averla vista durante una battuta di caccia illegale nella riserva del Gran Sasso, ma non ci sono prove. Altri sostengono arrivi dall’Africa mischiata ai migranti e che, ancor più di quelli, porti rogne e terrorismo.

Dovesse risvegliarsi oggi, nell’Italia del lockdown, dal suo sonno mortale – non che glielo si auguri – il regista Dino Risi troverebbe materiale a bizzeffe per realizzare un nuovo capitolo del suo film “I mostri”, dopo l’originale del 1963 e il sequel del 1977 (“I nuovi mostri”, realizzato con Monicelli e Scola).

Nel 1962, con il magistrale “Il sorpasso”, Risi aveva provveduto a far fuori l’ultimo italiano problematico e scrupoloso (interpretato da Jean-Louis Trintignant) per mano del connazionale cialtrone e opportunista (Vittorio Gassman), così che un anno dopo, giunto il momento di girare “I mostri”, restava da mettere in scena soltanto il secondo, declinato con venti variazioni sul tema in altrettanti episodi. C’erano l’attore trombone che dalla raccomandazione di un collega passava al tradimento non appena il vento dell’interesse volgeva in suo favore, la patrona delle Lettere attratta, più che dalla penna, da un intimo ammennicolo dell’autore debuttante, il vigile che tende l’agguato agli automobilisti davanti all’edicola e l’indimenticabile coppia di pugili – suonato e più suonato – dello struggente capitolo “La nobile arte”.

Una galleria tutt’altro che accomodante e consolatoria: Risi ci mise tutta la cattiveria che poteva, coadiuvato da un gruppo di sceneggiatori che comprendeva Ettore Scola ed Elio Petri. A sua disposizione non solo il talento ma anche il serbatoio sociale di un’Italia che non era più quella affamata del dopoguerra, raccontata dal neorealismo, ma quella già sulla via dell’arricchimento, pronta a sganciare la zavorra di certi contrappesi morali pur di arraffare il benessere. Ma questa Italia, con i suoi difetti, ancora sapeva e voleva ridere di sé stessa. L’Italia dei “Nuovissimi mostri”, quella di oggi, offre tanti spunti e tantissimi potenziali protagonisti, ma ha perduto ogni capacità autocritica. Il film c’è, insomma. Il pubblico no.

Eppure, non meriterebbe un ritrattino alla Risi quel fenomeno che si è vantato con un video online di essere riuscito a superare un posto di blocco fingendosi infermiere? “Mi hanno anche fatto il saluto – racconta con risolino ebete – e pensare che avevo bevuto”. Il video, si noti, è girato al volante dell’auto, un’appendice che si riscontra spesso in soggetti di questo genere.

Certo non si potrebbe ignorare, nel film, di far riferimento all’imprenditore denunciato per “turbativa d’asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture” nell’ambito di una gara d’appalto del valore di quasi sedici milioni di euro in mascherine chirurgiche. Ma c’è di peggio, se possibile. Forse gli sceneggiatori potrebbero ricavare qualcosa dalla notizia che, in un mese di lockdown, l’associazione anti-pedofilia Meter di don Fortunato di Noto ha riscontrato un aumento del 40 per cento degli adescamenti online.

Ci sono poi, accanto ai mostri, i “mostriciattoli” che pure meriterebbero una segnalazione. Nel corso della diretta Facebook lanciata da Sky per la conferenza stampa del commissario Domenico Arcuri, un simpatico commentatore si è rivolto agli altri naviganti chiedendo se ci fosse qualcuno disposto a praticargli quel vigoroso massaggio sessuale che, peraltro, nella variante tradizionale viene eseguito con mezzi propri. Un’insignificante goccia di sterco nel mare della civiltà, si potrebbe dire, se non che la civiltà stessa è apparsa, negli altri commenti, meno volgare ma non meglio disposta. Segno, senza dubbio, che la lunga detenzione domiciliare sta facendo saltare i nervi dei più ma segno anche che, costretti in casa in compagnia di noi stessi, non riusciamo proprio a sopportarci. E se questa non è una tragedia all’italiana, allora non sappiamo che cos’è.

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