TORNARE A CASA

di MARIO SCHIANI – Nella primavera del 1944, Giovannino Guareschi era prigioniero in un lager tedesco e sognava di tornare a casa. A parte due trascurabilissimi dettagli (non siamo in un lager e a casa ci siamo già, 24 ore su 24) la nostra presente condizione è identica alla sua. Prima di darmi del pazzo, riflettete su questo: con “tornare a casa” Guareschi non intendeva il semplice ritrovarsi tra quattro pareti, riappropriarsi degli oggetti di proprietà e sedersi comodo in poltrona a leggere un libro; intendeva invece ritrovare la sua vita, tutta in blocco, fatta com’era di affetti, lavoro, amicizie, spostamenti, luoghi e, soprattutto, libertà. Come Giovannino, allora, anche noi sogniamo la libertà. Dalla finestra, per fortuna, non vediamo torrette e filo spinato e non ci sono soldati in uniforme grigiocampo a impedirci di uscire. Eppure siamo prigionieri: prima di tutto del virus, un bel nazista pure lui a guardar bene, poi dei decreti governativi e infine dell’incertezza: quando tutto questo finirà?

L’analogia, sia pur relativa, tra la condizione di Guareschi e la nostra la si coglie al meglio in alcuni passaggi del suo “Diario clandestino”, scritto su foglietti di risulta durante la prigionia, rielaborato e pubblicato nell’immediato dopoguerra. Il sottoscritto, perdonate la parentesi personale, si vanta di possederne una prima edizione, ereditata dal padre, lui pure ospite dei tedeschi dal ’43 al ’45 e “compagno di lager”, per qualche tempo, dello stesso Guareschi.

Ebbene, nel “Diario”, accanto a descrizioni piene di umorismo della dura vita del campo, si trova un lungo capitolo dedicato a un sogno. Il capitolo, anzi, si intitola proprio così: “Il sogno”. «A noi [prigionieri] – spiegava Guareschi – è concesso soltanto sognare. Sognare è la necessità più urgente perché la nostra vita è al di là del reticolato, e oltre il reticolato ci può portare soltanto il sogno».

E allora Giovannino sogna e quel che sogna, in qualche modo, ci aiuta a capire il nostro desiderio di svegliarci una buona volta nel bel mezzo della nostra vita, ovvero quella curiosa aspirazione a che il passato (ri)diventi il futuro prossimo. Innanzitutto, Guareschi sogna di ritrovare la sua città com’era prima della guerra: «Vedo, controluce, il profilo della mia città. Davanti a me – come per accogliermi con un colossale abbraccio di cemento – si spalanca a semicerchio l’enorme torta del monumento a Giuseppe Verdi». Piano piano Giovannino ritrova tutto, ma l’abbraccio di cemento è in realtà un abbraccio fatto di carne, di vita: ecco il caffè (“fra mezz’ora arriverà il garzone e tirerà su la saracinesca. Poi verranno il padrone, le bariste, la cassiera bionda e gli amici”) e la panchina sulla quale sedeva con la futura moglie: «Siediti – fa dire alla panchina -. Parlami di te; parlami di lei. Io vi parlerò di voi… ». Infine, l’arrivo a casa, vissuto come un’esplosione, un terremoto che scuote la famiglia e gioiosamente la chiama alle armi: «Un urlo acutissimo: È qui! Ed ecco qualcosa che assomiglia allo scoppio della Rivoluzione francese».

Guareschi ritrova la famiglia, la moglie, i figli, e con essi la voglia di fare progetti, giocare, uscire a passeggio, andare al ristorante, viaggiare, vivere. Mogli, mariti e figli, oggi, vivono fianco a fianco: le famiglie sembrano riunite, ma in realtà sono in stand-by. Sono famiglie in attesa di liberazione. Una liberazione che, come Guareschi, sognano esplosiva, festosa, trionfante.

Forse la rabbia da tanti manifestata all’annuncio di una “fase 2” così timida e prudente è dovuta, oltre alle legittime preoccupazioni per il lavoro, anche a questa speranza delusa. Ovvero che a maggio arrivasse una liberazione vera e propria, un ritrovare noi stessi tutto d’un colpo, come quando nel 1945 le truppe Alleate abbatterono i reticolati, come quando i giornali annunciarono la fine della guerra. Non sarà così, per noi: e sostenere questa attesa snervante è lo sforzo più impegnativo, eroico se volete, che ci è richiesto.

Guareschi, partendo per la guerra, si fece forza di un proposito: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Ecco un’altra idea che potremmo prendere in prestito da lui.

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