L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DI TELEMONICA, LA TV CHE VEDE SOLO LEI

Resisterà più Zelensky o la Maggioni? Sono i due protagonisti insonni della guerra, il primo per ovvi motivi, relegato da qualche parte a guidare le operazioni per garantire la libertà del popolo ucraino. La seconda sulla tolda dell’ammiraglia di Saxa Rubra, il Tg1, impegnata a collezionare ore di trasmissione in video e a monopolizzare ogni attenzione, ogni inquadratura, ogni commento, ogni «sfumatura narrativa», come si conviene al giornalismo moderno, capace di trasformare in un’attività esperienziale (qualunque cosa questo voglia dire) anche la rubrica meteo o la preparazione di una tartare di tonno agli agrumi.
Monica Maggioni imperversa dall’alba a notte fonda, decide le strategie dei paracadutisti, guida i carri armati, partecipa dietro i tendaggi ai negoziati di pace, interpreta i balbettii di Joe Biden e le giravolte diplomatiche di Sergej Lavrov. È inarrestabile come il Dniepr in piena. E pesante come il bollito. Aveva fatto le prove generali con la Maratona Quirinale, lei così ben voluta dal Colle. Ed ora il suo obiettivo è scalzare nell’immaginario collettivo Enrico Mitraglia, passare direttamente dalla Maratona Mentana alla sua.

Da TeleMonica si esce come da una pasticceria, sopraffatti dalla vaniglia. Al Tg1 del servizio pubblico dovrebbero poter pensare i sette (7) vicedirettori, eppure alcuni imbarazzanti sfondoni sono già arrivati; se il direttore dà spettacolo in video, dietro le quinte non tutto funziona. Un vecchio videogioco viene scambiato per bombardamento, i Mig che sfrecciano non sono in Ucraina, ma a una parata di qualche anno anno fa a Mosca. Tutto questo mentre lei organizza un surreale dibattito su una falsa copertina di “Time” che rappresenta Putin come Hitler. Il sito “Dagospia” titola: “La vera fabbrica di fake è la Rai”. Poi c’è la grana inviati. Il Tg1 è l’unico a mandare il direttore in video e nessun inviato a Kiev. Lady Maggioni ha perso l’attimo e ha dovuto rimediare utilizzando per qualche giorno Valerio Nicolosi, freeelance di Micromega, poi altri collaboratori esterni. Con immagini da smartphone e da selfie, come al compleanno del cugino.
«Ha avuto la pazienza di un vietcong». A novembre, quando è stata nominata direttrice, a viale Mazzini nessuno si è sorpreso: dopo tre anni e mezzo di mimetizzazione nella giungla dorata del settimo piano, Monica Maggioni è uscita allo scoperto e non ha fatto prigionieri. Era stata impalpabile direttrice di Rainews nell’era lettiana, poi impalpabile presidente nell’era renziana, infine conduttrice di “Settestorie” (dall’impalpabile audience) nell’era contiana. Insuccessi che dentro la Rai dei paradossi non possono che diventare un trampolino di lancio per raggiungere la poltrona più ambìta: quella di generalessa dell’informazione al Tg1.
La signora milanese con ferrei agganci a sinistra che sdoganò la parola “embedded” e le pashmine di seta durante la guerra del Golfo, era stata proposta dall’amministratore delegato Carlo Fuortes. Ha preso il posto di Antonio Carboni, baluardo in quota Movimento 5Stelle spazzato via dalle mosse di Mario Draghi, che attraverso il suo capo di gabinetto Antonio Funiciello ha guidato la tornata di nomine con il manuale Cencelli in mano, bypassando i vertici aziendali e scendendo a patti con quasi tutti i partiti.
Sussiegosa e fumantina, Maggioni era già stata presidente nella stagione di Antonio Campo Dall’Orto direttore generale e di Carlo Verdelli genio fin troppo compreso. Proprio il giornalista, silurato dopo un paio d’anni, nel suo libro “Roma non perdona” le riservò parole di carta vetrata e un aneddoto imperdibile. «In uno degli ultimi cda, dopo un paio d’ore di assalti, chiesi di uscire un attimo e feci per alzarmi dalla sedia dell’imputato. Maggioni mi fulminò con lo sguardo: Scusa Verdelli, ma che fai, esci così?. Sussurrai “bagno”. E lei severissima: Prima si deve avere il via libera da chi presiede. Vai vai». Chiosa di Verdelli con le gambe incrociate alla Fantozzi: «Solo alle elementari».
Ora lei imperversa calpestando con i cingoli una vecchia norma aziendale, la direttiva Gubitosi (dal nome del manager che la firmò) che vieta ai direttori di condurre programmi. Era entrata in vigore nel 2013 per evitare la bulimia di un’altra giornalista, Bianca Berlinguer detta la Zarina, che allora impazzava a Raitre pur essendo direttrice del Tg. Il divieto del doppio o triplo incarico in teoria dovrebbe impedire che il superego decolli come una mongolfiera; allora fu molto apprezzato anche dal potente sindacato Usigrai, che oggi curiosamente tace.
L’elmetto virtuale, i briefing con la mimetica e le sinfonie quotidiane di geopolitica non hanno impedito alla Maggioni una mossa a sorpresa: l’eliminazione dal video per motivi tutti da studiare di Giovanna Botteri, altra inviata dai gomiti larghi e dai riflessi condizionati politicamente molto corretti.
La direttrice non ha tempo di spiegare, la luce rossa della telecamera sta per accendersi: in collegamento da Leopoli c’è Andrea Vianello. Un nuovo inviato? No, sarebbe il direttore del giornale radio, anch’egli in versione Pippo Olimpionico. Come diceva Gianni Versace, le mode sono fatte per essere indossate.

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