SUPERLEGA / 1: NON SI GIOCA A CUORI, SOLO A DENARI

di GIORGIO GANDOLA – Follow the money. Segui l’odore dei soldi e arriverai al cuore della Superlega, al motivo primo e ultimo del grande strappo fra il pallone dei nababbi con le pezze ai gomiti e quello dei diversamente ricchi (definire poveri De Laurentiis, Lotito o Percassi, come sta accadendo, è surreale). La chiave della rivoluzione è anche quella che apre il forziere: i 12 club favorevoli vogliono aumentare il volume della torta della Champions League da 3 a 5 miliardi e quindi degustarne una fetta più grande, mentre oggi l’Uefa ne mangia il 90%, compresa la glassa.

Il Covid e l’assenza di incassi da stadio hanno solo accelerato una crisi inevitabile e il ragionamento dei grandi club è perfino elementare: «Poiché a svenarsi per pagare CR7, Lukaku, Messi, Modric, Donnarumma, Kane siamo noi e tu Uefa passi solo a incassare, facciamo che da domani la percentuale per noi è più alta. Oppure ci organizziamo un campionato da soli». Il romanticismo della maglia con il nome scritto dietro, il pallone che rotola dove c’è un bambino, i ricordi seppiati di sessantenni che non hanno mai giocato alla PlayStation qui ci azzeccano poco. Meglio lasciarli nell’armadio perché aiutano solo a farci sentire più vecchi. Però non dimentichiamoceli, verranno buoni più avanti.

Questione di soldi. Sarà triste ma è così, non accade solo nel calcio. Per Andrea Agnelli, i cinesi dell’Inter, i manager del fondo Elliott padroni del Milan (e gli altri nove fondatori della Superlega), gli esempi sono la NFL di football americano e la NBA di basket. Campionati a circuito chiuso, circoli esclusivi per ricchi senza il rischio di retrocessioni che possono garantire un buon numero di miliardi (la NFL ne macina 9, la NBA poco meno), partite a ripetizione gli uni contro gli altri.

Il nuovo sistema ha due limiti indigesti per i tifosi europei abituati al campanile e alle corride: negli Stati Uniti le sfide che precedono i playoff sono poco più che esibizioni da circo e le sorprese come il Leicester di Ranieri, il Verona di Bagnoli o l’Atalanta del Gasp sono impossibili. Tanti campioni, pochi violini. Sappiate che su Marte c’è meno vita.

Il punto di rottura di tutta la faccenda sta nella bulimia della Fifa e dell’Uefa, che non hanno mai accettato di rivedere gli accordi con le società top, ma continuano ad aumentare le partite da giocare al Mondiale per club e in Champions per moltiplicare i fatturati in capo alle organizzazioni. Anche qui, una questione di soldi. Con un dettaglio insopportabile per le società: i calciatori più forti continuano ad essere pagati sempre di più e solo da loro.

Quando la banca d’affari JP Morgan ha proposto il modello americano con incassi più alti rispetto a quelli della Champions league e 3,5 miliardi immediati da dividere tra i 12 fondatori, la lite è avvenuta per non far entrare il tredicesimo. Adesso tutte le carte sono in tavola, non si gioca più al buio. Si gioca solo a denari. Non sono più previsti i cuori. E la minaccia della Superlega potrebbe essere uno sparo nel buio per svegliare il manovratore Uefa, un warning micidiale e antipatico che incrina un equilibrio sociale in realtà mai esistito.

Qualche buontempone sta già azzardando: andatevene. Ma in Italia è difficile pensare a una Serie A senza le tre storiche grandi (quattro se agli scissionisti si aggiungerà la Roma di Friedkin). Per due motivi, il primo dei quali banale: quale network televisivo di matti continuerebbe a staccare un assegno di 900 milioni all’anno per comprare uno spettacolo senza Juventus, Milan e Inter? Nessuno. Finirebbero per andare sul lastrico tutti gli altri club, che senza pandemia riempirebbero i loro stadi solo quando calano le tre big.

Il secondo motivo è in quell’armadio dei ricordi. È venuto il momento di aprirlo e dire che i soldi non possono fermare il pallone, dividerlo o bucarlo senza creare danni sociali. La possente reazione contraria alla Superlega dei tifosi di tutta Europa dimostra che in fondo teniamo alle nostre identità, al passato, al cuore, al campanile e alla foto con l’autografo di Ezio Pascutti, Sepp Maier o Charlie George. Nel pallone siamo tutti allegramente sovranisti (che ipocrita meraviglia).
In Italia il calcio è ancora questo, duro, tattico, polemico, imperdibile. Dove ogni domenica il Crotone di turno sogna di fare lo sgambetto al Milan. Perdere tutto ciò significa perdere l’anima. In quell’armadio in soffitta, con gli scarpini della prima comunione e la maglietta dell’ultimo scapoli-ammogliati, c’è la dimensione di un sogno, quello che proviamo a trasmettere ogni giorno ai nostri figli. Teniamocelo stretto.

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Un commento su “SUPERLEGA / 1: NON SI GIOCA A CUORI, SOLO A DENARI

  1. Gianluca il said:

    Però siamo nel 2021 , qualcosa è cambiato nel mondo da quando giocava Sepp Maier.
    Poi l’idea di vedere le partite prima dei play off, dove magari si predilige la bella giocata al catenaccio non mi dispiacerebbe per nulla.
    Tra l’altro questa formula porterebbe ad un aumento del turismo nelle città dei club, con tutto il correlato. sono trasferte belle per i tifosi, forse non per gli ultras ….e se sparissero anche loro ?

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