SOGNANDO DI ESSERE UN GASP

di GHERARDO MAGRI – “Il team è organizzato bene, i reparti sono molto connessi e le persone sanno cosa fare, si aiutano tra di loro e sanno che bisogna provarci sempre.

Tutti hanno interiorizzato la strategia e, in ogni momento, anche quando le cose vanno male, riescono a trovare la soluzione giusta. Lavorano sempre in modo compatto e organico, pronti a fare pressione e partire all’attacco. Hanno anche un entusiasmo che è contagioso, danno l’anima per raggiungere gli obiettivi. Non ci sono delle prime donne, ma chi ha più talento lo mette a disposizione della squadra e, grazie a questo aiuto, ognuno migliora la propria prestazione individuale. Un vero circolo virtuoso.”

Potrebbe benissimo essere un discorso di fine anno in una multinazionale di successo, fatto dal grande capo. Se qualcuno descrivesse così il mio team aziendale, sarei il manager più felice del mondo. Invece non sono altro che le parole del profeta di Fusignano, all’anagrafe Arrigo Sacchi, che descrive l’Atalanta con occhi sognanti, paragonandola al suo grande Milan. Un linguaggio che si applica benissimo al mondo delle aziende, che abbonda (qualche volta a sproposito) di queste descrizioni. Sovente lo sport è anche preso da esempio, ma questa volta le coincidenze sono sorprendenti.

Aggiungiamo, infatti, altre considerazioni. Il vivaio e i talent scout della Dea sono notoriamente tra i migliori in circolazione, sanno comprare (giovani) talenti e rivenderli a peso d’oro, mettendo in ordine i conti della società, che sono sempre in attivo. Gli investimenti sono fatti oculatamente, senza mai prendersi dei rischi, garanzia per una continuità duratura nei momenti difficili. Parliamo infine del rapporto simbiotico con la città, dietro la squadra c’è una falange di oltre un milione di tifosi convinti (a cui se ne sono aggiunti molti altri, sostanzialmente tutti gli “anti”). Famoso è il modo di dire della domenica “andiamo all’Atalanta”, chiaro segno di transfer totale. Ricapitolando: risultati brillanti, bilanci fiorenti, personale talentuoso, ottima valutazione dei rischi e alta fidelizzazione dei propri clienti: il sogno perfetto di ogni azienda.

E poi c’è lui, il vero artefice di questo miracolo. Il regista, il motivatore, il deus ex-machina, il coach, il preparatore perfetto: Gian Piero Gasperini, semplicemente il Mister. Mi ha colpito molto la sua dichiarazione a caldo, appena terminata la lezione inflitta ai laziali, “ma io non servo più, questi vanno da soli”. Lui era in tribuna perché squalificato. Una magnifica frase che tanti manager come me vorrebbero dire dei propri team. Significherebbe che le persone hanno capito così bene le cose da fare, da diventare totalmente indipendenti. Estremizzando: senza più l’assillo della continua sollecitazione, del controllo, del rimbrotto e della guida costante, le organizzazioni funzionano come un violino. Un mondo ideale che non esiste quasi mai nella realtà, tutt’al più assistiamo a sprazzi di luce che ci provocano piacevoli illusioni, perché generalmente siamo più abituati a comandare-controllare-stressare che a delegare.

Il Gasp, fulgido esempio nel suo genere, insieme alla sua Atalanta che ha plasmato alla perfezione, ci fanno assaporare questi momenti, regalandoci una speranza: nulla è veramente impossibile.

 

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