SIAMO TUTTI IL 92ENNE FUGGITO DALLA RSA

E il vecchietto dove lo metto, così cantava Domenico Modugno nel 1977. Una musichetta allegra ad accompagnare un testo impietoso, che denunciava l’impaccio di avere tra i piedi un anziano che magari ha bisogno di qualche attenzione. Il finale non lasciava scampo, nemmeno al cimitero c’era spazio e il brano si chiudeva in modo ancora più amaro, il vecchietto dove lo metto, dove lo metto non si sa, va a finire che non c’è posto, forse neppure nell’aldilà.

Non so cosa pensi dell’aldilà il novantaduenne fuggito dalla “RSA Cesare Benedetti” di Mori, nel Trentino, quel che sappiamo e abbiamo appreso è che sa bene qual è il suo al di qua, sulla terra, e questo posto è casa sua. Con scaltrezza, pianificazione invidiabile (vedi cuscini sotto le coperte per simulare la presenza) e anche una certa insospettata agilità, il nostro eroe ha messo in piedi una fuga degna dei più scafati avanzi di galera. Una volta elusa la sorveglianza, una volta superate le colonne d’Ercole, che a lui a differenza del mito davano accesso a un mondo conosciutissimo, ha camminato per dieci chilometri e si è ripreso il proprio posto nel mondo: casa sua, a Trambileno, piccolo comune in provincia di Trento che quasi vanta più frazioni che anime.

Non è il primo fuggiasco, per così dire, e non è nemmeno il primo della RSA di Mori, visto che a febbraio un altro vecchietto se l’era data a gambe, ma nessuno vuol puntare il dito contro la struttura in questione, perché la questione merita più ampio respiro e non da oggi.

Fino alla metà del secolo scorso, che è poi l’altro ieri anche se a dirlo pare il paleozoico, gli anziani che venivano accolti nell’ospizio erano persone sole, senza nessun familiare e con una mancanza di autosufficienza evidente. L’ospizio, o il “Ricovero”, come lo sentivamo nominare da bambini, precursore delle odierne RSA e Case di Riposo. Chi vi accedeva finiva i suoi giorni messo lì, trattato con più o meno umanità, secondo la fortuna, ammassato nel calderone degli inutili: vecchi, handicappati, matti, tutti etichettati così, senza appello e senza seconda scelta possibile. L’idea ha radici remote, risalenti all’antica Grecia, giusto per scansare il tranello scivoloso della decadenza dei tempi.

Nel tempo però l’inutilità come parametro è rimasta, unita all’impiccio e alla seccatura di doversene occupare di questi cari, adorabili, amorevoli ma ingombranti vecchietti.

Dagli anni cinquanta in avanti, vuoi per l’età media che si stava innalzando, vuoi perché in modi diversi tutti avevano da fare e avevano opportunità alle quali non potevano rinunciare, l’autosufficienza non è più stata una discriminante assoluta. La Casa di Riposo era una possibilità che spesso si faceva strada, possibilità inzuccherata e dipinta come buen ritiro senza pari.

Nel film “I nuovi mostri” del 1977 Alberto Sordi metterà in scena un episodio emblematico, da titolo “Come una regina”, nel quale, a seguito delle pressioni della moglie, nel periodo estivo l’Albertone scorta l’anziana rassegnata mamma, in una casa di riposo che dipinge come il non plus ultra, ma dove in realtà il trattamento degli ospiti è tutt’altro che rispettoso.

In tutto questo, la casa dov’è, l’idea di casa dov’è? Tornando al nostro fuggiasco trentino, mi pare che con grande onestà parole sagge le abbia espresse il presidente della RSA stessa, Gianmaria Gazzi: «Il modello delle case di riposo va ripensato a livello nazionale. Il profilo degli anziani è cambiato, gli ospiti spesso non entrano più per libera scelta, o nel pieno delle facoltà mentali. Anche le necessità di assistenza sono mutate, demenza e difficoltà cognitive si moltiplicano, l’emergenza personale esplode. Imporre la RSA a chi conserva momenti di lucidità è un problema su cui va aperta una riflessione collettiva».

E allora apriamola questa riflessione, pur senza ottimismo, consapevoli che a nessuno importa, perché a nessuno porta guadagni, solo un profitto umano semmai, ma chi è disposto a rispondere presente? Come per il fine vita, si tratta di seccature, temi scottanti in realtà, ma basta girare al largo, voltarsi dall’altra parte e l’ustione è scongiurata.

Nel frattempo, l’eroico novantaduenne ha dovuto arrendersi. Si è barricato in casa ma non c’è stato nulla da fare, pur scossi e turbati i soccorritori (ma soccorritori di chi o cosa rimane un mistero) lo hanno preso, adagiato su una barella e legato. Sì, legato. Nemmeno fosse il più temibile dei fuorilegge, anziché un uomo, se questo è un uomo visto il trattamento, anziché un signore che con dignità e volontà chiede di poter finire i propri giorni nella sua casa.

Umberto Simonetta, scrittore ormai dimenticato, sempre nel fatidico 1977 pubblicò un libro minaccioso dal quale Ugo Tognazzi trasse un altrettanto inquietante film, “I viaggiatori della sera”. Al compimento dei cinquant’anni gli uomini e le donne, ormai considerati inutili, vengono gentilmente deportati in un elegante resort con tutti i comfort, salvo l’obbligo di partecipare a una periodica lotteria, vincendo la quale si toglie definitivamente l’incomodo.

Fantascienza, ma essere inutili, o non essere produttivi se si preferisce, oggi come ieri non sembra un grande affare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *