SERVIVANO DUE GOBBI PER UN’ESTASI INTERISTA, AMMETTIAMOLO

 

di GIORGIO GANDOLA – Per quasi un’ora rimaneva in piedi un dubbio: lo scudetto ha la maglia nerazzurra, ma quale? Lo ha ha sciolto Domenico Berardi.

È quella di Antonio Conte e del popolo bauscia. Il resto oggi non conta più. Diciannovesimo titolo della storia, dopo 11 anni di sofferenza, dai resti del Triplete a Thohir, da Mazzarri a De Boer, da Kuzmanovic a Kondogbia. È un trionfo liberatorio e meritato, che arriva con quattro partite di anticipo a segnare un dominio statistico e pure sportivo. Quello che per 9 anni aveva caratterizzato l’impero sabaudo della Juventus.

Allora diciamolo subito per togliere equivoci e imbarazzi: per tornare a vincere l’Inter ha avuto bisogno di due acquisti juventini, Beppe Marotta e Antonio Conte. Additati al loro arrivo come quinte colonne degli Agnelli per distruggere quel che rimaneva del naviglio nerazzurro (il complottismo da curva è una variabile impressionista), lo hanno rimesso in sesto e gli hanno dato l’aspetto di una corazzata. A questo si è aggiunto un piccolo miracolo caratteriale, perché Conte soffre delle stesse gastriti di Mourinho. Ha la sindrome dell’accerchiamento ed evocando “il rumore dei nemici” è riuscito a ricreare alla Pinetina il clima adatto per trasformare un’armata brancaleone in un gruppo vincente. E per far dimenticare a calciatori viziati che stavano vincendo gratis (mancano sei mesi di stipendio).

Poiché l’arte di farsi male è sempre in agguato, sul tricolore ritrovato aleggiano subito due ombre: l’impossibilità di festeggiarlo per la pandemia (anche se le prime foto da Piazza Duomo sciolgono subito il dubbio) e l’incertezza del futuro per la voragine di bilancio (200 milioni di rosso) dei proprietari cinesi.

Suning è l’esempio più calzante in occidente delle logiche del capitalismo rosso: i soldi sono tuoi ma se Pechino tuona che “gli investimenti non strategici non si fanno più”, ecco che i soldi scompaiono. E questa è libertà; incrementatela pure, la Via della Seta.

È giusto che oggi l’Inter faccia festa. È lo scudetto di Lukaku, che arrivò da “panterone moscione” e ha saputo diventare l’arma in più. È lo scudetto di Lautaro Martinez, argentino dal futuro luminoso. È lo scudetto multicult di Hakimi, marocchino con lo scatto da finale olimpica. È lo scudetto operaio di Darmian (tre gol tutti decisivi) e di una difesa d’acciaio, costruita da Conte quando ha capito che fare passerella per aiutare gli avversari a segnare non era divertente.
È lo scudetto di Barella, miglior centrocampista del campionato, e di un gruppo di atleti comandati a bacchetta dal micidiale allenatore di teste prima che di gambe. Ed è quello del principe Eriksen, oggetto misterioso fino a gennaio, quando Conte ha deciso di non venderlo e lui ha deciso di rientrare in difesa ad aiutare i compagni. Da lì (pur non raggiungendo mai i livelli toccati al Tottenham) è diventato un fattore. È pure lo scudetto di Handanovic, all’ultima chiamata (ha 37 anni), portierone che ha salvato vittorie in bilico e poi, da interista doc amletico e contraddittorio, ha provato in tutti i modi a farlo perdere. Perché chiedere all’Inter di essere meno pazza è sempre un’impresa.

Tre flash per una stagione speciale. A chi, con il ditino alzato, ripete che mancò lo spettacolo, vanno ricordati il gol di Barella che schiantò la Juventus e il terzo di Lukaku al Milan. Pennellate astrattiste, due passaggi e tutti a casa, come un Picasso dipinto in un giorno feriale. Chi invece vorrebbe oggi ostinarsi a esaltare un giuoco champagne quasi mai visto, va messo a cuccia con il replay di Inter-Atalanta: zuccata di Skriniar e poi il muro di Grammont a difendere il risultato. Roba da barricate, la riedizione delle Cinque giornate di Milano in uno stadio vuoto.

Oggi sul pianeta nerazzurro tutto questo stinge nella cronaca. La felicità per la leadership ritrovata si snoda fra i Navigli e piazza del Duomo, fra la Bovisa e il Lorenteggio. Bisognerebbe far salire i cinesi su un vecchio tram e portarli nel vero mondo bauscia, quello della sofferenza e dell’estasi, per far comprendere loro il senso più autentico della vera Superlega. Quella in cui, come diceva Peppino Prisco, giocano le due squadre di Milano: «L’Inter e la Primavera dell’Inter».

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