SELEZIONARE I MALATI: LA SVIZZERA (ALMENO) LO AMMETTE

di MARIO SCHIANI – Il presidente dell’Ordine dei medici del Canton Ticino, dottor Franco Denti, riconosce lo choc: “Quando è uscita questa direttiva abbiamo fatto un salto sulla sedia”. Ma poi invita a considerare l’aspetto pratico, forse strategico, della questione: “Si tratta di un documento a garanzia dei medici e degli stessi pazienti che potrebbero non aver voglia di essere sottoposti a ulteriori cure”.

La direttiva di cui parla il dottor Denti è un protocollo elaborato dalla Società svizzera di Medicina Intensiva, non ancora adottato ufficialmente, a quanto pare, ma di fatto applicato dal marzo scorso, nel quale, a fronte della necessità di gestire i posti disponibili in rianimazione, si stabilisce con precisione la tipologia di pazienti ai quali, in caso di scarsa o nulla disponibilità, dovrebbe venir negato l’accesso alle cure. Indicazioni raccolte sotto il titolo “Pandemia Covid-19: triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse”.

La Svizzera, va detto, è in guai seri: il numero di contagiati in rapporto alla popolazione è molto alto e supera quello italiano. La necessità di gestire le risorse ospedaliere è pressante: ciò spiega come qualcuno abbia sentito la necessità di stendere un protocollo operativo ma non lo rende meno raggelante alla lettura. Si individuano innanzitutto due livelli di criticità – A e B – nella disponibilità di letti: il primo riguarda il caso in cui ci sono posti disponibili ma risorse limitate; il secondo quello in cui di posti non ce ne sono più e occorre dunque “crearli” interrompendo alcune terapie in corso.

I criteri di scelta del livello B impongono le decisioni moralmente più gravose: il protocollo svizzero suggerisce tra l’altro che dalle cure dovrebbero venir esclusi i pazienti con più di 85 anni di età e, tra quelli oltre i 75, quanti presentano cirrosi, insufficienza renale e insufficienza cardiaca (oltre certi stadi di gravità). “In presenza di uno dei criteri a sfavore del ricovero – si legge nel documento -, il paziente non viene accettato nel reparto di terapia intensiva”.

Nel livello A, i criteri sono un poco riallineati. Il ricovero non verrà effettuato se il paziente ha espresso precisa volontà di non farvi ricorso oppure in caso di arresto cardiocircolatorio non osservato o ricorrente, malattia oncologica metastatica, malattia neurodegenerativa allo stadio finale, danno neurologico grave o irreversibile, demenza grave.

E’ bene dire che il documento, per quanto difficile da leggere e, a livello umano, da accettare, non merita di essere paragonato a un protocollo operativo per campi di sterminio. Si preoccupa di raccomandare, in premessa, i quattro principi medico-etici fondamentali – “beneficenza, non maleficenza, rispetto dell’autonomia e giustizia” – e ribadisce che “le risorse disponibili devono essere distribuite senza operare discriminazioni, ovvero senza disparità di trattamento ingiustificate legate a età, sesso, luogo di residenza, nazionalità, confessione religiosa, posizione sociale, situazione assicurativa o invalidità cronica”. E tuttavia, al punto, mette nero su bianco la direzione verso la quale, in tutto il mondo, non solo in Svizzera, la bussola etica va orientandosi: al momento cruciale, vecchiaia e malattia sono fattori discriminanti. Così facendo, vuole sgravare almeno un poco i medici da decisioni tanto gravi rassicurandoli che il sentire comune, ovvero il sentiero culturale “giusto” e “accettabile” da imboccare, vuole che si sacrifichino i vecchi a favore dei giovani, i forti rispetto ai deboli e, come qualcuno non ha mancato di far notare, i produttivi rispetto agli improduttivi.

Il fatto che tale documento arrivi dalla Svizzera si presterebbe a qualche facile osservazione su un carattere nazionale che si vuole freddo, impostato sul calcolo bancario e perfino opportunista, ma questo modello spartano mascherato, in tempi buoni, di una certa ipocrisia e sempre e comunque rimosso dalle nostre coscienze, è ben diffuso e consolidato ovunque. La differenza è che nessun altro si era preso la briga di metterlo su carta, e se lo ha fatto ha badato bene di non renderlo pubblico. Per questo un merito agli svizzeri va riconosciuto: ci hanno aperto gli occhi. Ora sappiamo quanto sia importante, quando le cose vanno bene, fare attenzione a che le risorse vengano ben impiegate e le scelte strategiche siano ponderate con attenzione, in modo da non dover arrivare, in tempi difficili, a decisioni che mettano a nudo una volta di più il carattere, moderno e antichissimo insieme, della natura umana: perché qualcuno sopravviva, qualcun altro dovrà perire.

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