SE IL PD IMBARCA PURE IL SARDINO

di MARIO SCHIANI – Capita sempre più spesso che mi trovi d’accordo con Carlo Calenda. Sarà grave? L’ex ministro, oggi europarlamentare e candidato sindaco a Roma, si porta appresso una certa fama di “antipatico”, di saccente e di rovinafamiglie. Non in senso letterale, per carità: la famiglia che Calenda avrebbe rovinato è quella progressista. Uscendo dal Pd per fondare un partito – Azione -, Calenda avrebbe indebolito il fronte che si oppone allo spauracchio di una destra populista e intollerante che ancora non si è fatta passare il virus del fascismo.

Sarà, però intanto va detto che le spaccature a sinistra certo non le ha inventate lui: hanno caratterizzato il fronte progressista fin dalla sua nascita. Calenda, semmai, ha proposto una spaccatura inaudita: quella accompagnata da un motivo che non sia di ordine tattico o di convenienza. Se l’unità è mantenuta al prezzo di concessioni che rappresentano altrettanti sfregi all’idea di fondo, se significa conciliare l’inconciliabile (il Pd con i 5Stelle, tanto per essere chiari) allora, dice Calenda, meglio andare per la propria strada.

Personalmente, mi sembra che a Calenda vada anche riconosciuto il merito di aver riportato nel quadro politico l’eco di un’insegna – quella del Partito d’Azione – che rappresenta ancora oggi un vuoto, un’assenza o, se si vuole, un’occasione mancata. La vicenda del Partito d’Azione è breve e travagliata, ma anche ricca di onori, di spunti promettenti, di coraggio e, circostanza che non guasta, di fior di galantuomini. Della presenza, in politica, di una forza laica compresa nel tentativo di conciliare le esigenze del libero mercato con la necessità della giustizia sociale si è sentita spesso la mancanza in Italia. L’idea di occupare questo spazio mi sembra riscatti Azione di Calenda dall’automatica catalogazione a “partitino di convenienza”, anche se poi sarà ovviamente l’elettorato a deciderne il posto nella politica come nella storia.

Intanto, la campagna elettorale di Roma esige, come tutte le campagne elettorali, le sue baruffe e le sue polemiche. “Reo” di aver proposto l’unificazione dei musei di Storia romana, Calenda se la sta vedendo in questi giorni con la reazione, anche furibonda, di un certo apparato culturale. Ce ne sarebbe d’avanzo per tenerlo occupato ma, un po’ per nostalgia di provenienza, un po’ per convenienza strategica, il fondatore di Azione si è impegnato anche in uno scontro con il Pd sulla candidatura, alle comunali di Bologna, di Mattia Santori, il leader delle famose “Sardine”: “Per carità – ha twittato Calenda – Enrico Letta sono fatti vostri e non miei, ma candidare un ragazzotto senza arte né parte, che vuole darvi la sveglia e sorvegliare la vostra purezza ideologica ti sembra una buona idea? Opterei per pedata nelle chiappe (metaforica)”.

Il riferimento (metaforico) alla pedata nel sedere non sarà elegantissimo ed è perfino ingeneroso nei confronti di un personaggio capace di riempire le piazze in un momento in cui la sinistra sembrava davvero aver poco da dire e da sperare, offrendole al momento giusto un’insperata fornitura d’ossigeno. La questione posta da Calenda però rimane: è giusto dare un contentino al giovane Santori così da ingraziarsi i suoi seguaci (o follower)? E’ così che si fa politica? Aggiungendo tasselli a caso, componendo un puzzle che denuncia in partenza l’incompatibilità delle sue parti?

Il contrattacco di Santori tradisce una mentalità sanculotta, alimentata da una certa ribellione adolescenziale all’autorità. Chi è Calenda secondo Santori? “Un signorotto con arte e soprattutto con parte, che ha avuto una pedata (non metaforica) per arrivare dov’è arrivato”. Una mentalità incline a suggerire il torbido (“Un signorotto – aggiunge Santori – che dopo esser stato bocciato alle elezioni del febbraio 2013, viene nominato qualche mese dopo addirittura viceministro”) per poterlo subito paragonare alla propria immacolatezza di pensiero e di azione. Questa impostazione morale e filosofica, diciamo così, ha imperversato di recente nella politica italiana, con esiti tutt’altro che brillanti.

Insomma, pur con tanta sincera simpatia per gli entusiasmi giovanili e gli impeti ardenti, ancorché semplicistici, provenienti dalla piazza, anche questa volta penso che Calenda abbia ragione. Ripeto: sarà grave?

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