SE IL COVID SPAZZA VIA ANCHE IL MONDO BEAT

 

di JOHNNY RONCALLI – Pepe Salvaderi è un nome che ai più dice poco o nulla. Che se ne sia andato per complicanze da Covid dice e importa ancor meno, immagino, impegnati come siamo a rincorrere l’ultima ressa, l’ultimo struscio. Occhio non vede, Covid non duole.

Pepe Salvaderi (nella foto, al centro) è stato uno dei membri fondatori dei Dik Dik, uno dei gruppi pop italiani più famosi a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Appartiene, e appartengono i Dik Dik, a una generazione che da ogni pertugio scrutava l’orizzonte oltre manica e oltre Atlantico, per scorgere e respirare le onde nuove e le buone vibrazioni che i coetanei anglosassoni e americani cavalcavano in musica.

In musica e non solo. Non esistono epoche prive di turbolenze sociali, ma le scosse di quegli anni appassionavano i giovani. Difficile crederlo possibile oggi che l’idea di comunità è concepibile solo a distanza, solo dietro una tastiera o un monitor oppure come anonimo ammasso nei centri commerciali. Però accadeva allora e un po’ finisce col provarne nostalgia anche chi non li ha vissuti quegli anni o chi, come me, ne ha assaggiato la coda, una coda amara invero, quella che porterà all’età del piombo.

Pepe Salvaderi, con i compagni dei Dik Dik e gli altri innumerevoli gruppi dell’epoca beat e dei capelloni, ha contribuito a far conoscere una musica irripetibile e che pochi allora conoscevano in versione originale. Non era facile sentire le canzoni dei Mamas & Papas, dei Byrds, dei Procol Harum, dei Monkees, degli Electric Prunes e infiniti altri. Era innanzitutto una caccia al tesoro, alla ricerca di pepite da riproporre al pubblico italiano con i testi tradotti o adattati, in modo non sempre felice, le musiche fedelissimi calchi degli originali.

Il singolo “Sognando la California” del 1966 (versione italiana di “California dreamin’” dei Mamas & Papas, retro “Dolce di giorno”, a firma Mogol-Battisti) dei Dik Dik, a distanza di qualche anno, è stato per me la porta di accesso a quel mondo, a quelle musiche, a quell’immaginario, fatto di suoni mai uditi, abbigliamento bizzarro, liriche talvolta ingenue ma che cominciavano a distanziarsi dagli stereotipi del ti amo, mi ami, non so stare senza te, il cielo è blu, gli uccelli fan cucù. Anche il testo di “Sognando la California” è opera di Mogol, che ha anche il merito di averla fata conoscere a Pietruccio Montalbetti, altro membro fondatore dei Dik Dik.

Che sia avvenuto in tempo reale o in differita, ognuno ha il proprio codice d’entrata, il proprio apriti sesamo, alla scoperta di repertori, riferimenti, storie, turbolenze sociali appunto, che ora sono alla portata di chiunque in un batter di ciglia, ma, negli anni Sessanta e Settanta e oltre, comportavano vere e proprie avventure investigative.

Il virus sta accelerando l’archiviazione di un mondo che è scomparso. Non parlo tanto delle musiche e delle mode ad esse correlate, piuttosto di un gusto della ricerca che comportava dedizione, curiosità, stupore per scoperte per le quali ci si sentiva un po’ pionieri. Un mondo più lento che aiutava a mettere in ordine i pensieri, a mettere in sequenza gli eventi, a ragionarne la causa e le conseguenze, a comporre un quadro del quale veniva naturale apprezzare l’evoluzione. Nella musica come nella storia e nella vita.

Quindi grazie Pepe Salvaderi, per quel che vale, e grazie a Dik Dik, Camaleonti, Corvi, Gabbiani, Giaguari e tutti gli altri, nomi, cose, città o animali che siano.

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