SE FRATELLO SOLE CI SALVERA’ ANCHE DAL COVID

di FABIO GATTI – Quando l’uomo più potente del mondo di allora, Alessandro Magno, gli chiese se voleva qualcosa da lui, Diogene, caposcuola della filosofia cinica, rispose: «Solo una cosa: spostati un po’ dal sole, mi fai ombra».

L’episodio, che potrebbe insegnare molto al servilismo idiota di certi burocrati nostrani nei confronti del potente di turno, immortala il pensatore anticonformista mentre si bea della luce del sole, anticipando di qualche secolo la tradizione della tintarella estiva ormai alle porte. Ma Diogene non voleva tanto abbronzarsi, quanto farsi illuminare la mente e il pensiero, sempre alla ricerca di «più luce», come invocava Goethe poco prima di spirare, chiedendo dal suo capezzale che anche la seconda imposta della sua stanza venisse aperta: tutta la sua vita era stata all’insegna della ricerca della luce, quella della poesia e del pensiero, ma anche quella calda e mediterranea del Belpaese, che lo aveva estasiato e rapito, soprattutto la solarità della Sicilia, un’isola senza la quale l’Italia, secondo Goethe, «non lascia nello spirito immagine alcuna».

Mai come nella situazione di epidemia si riscopre il valore dell’aria aperta e del sole. Adesso la scienza scopre che addirittura proprio il sole sarebbe la migliore cura contro il coronavirus, stando a uno studio appena reso noto della Statale di Milano, secondo cui i raggi ultravioletti annientano il Covid-19.

E’ una notizia che non può non ispirare grate riflessioni. Troppo di rado si ricorda in effetti un dettaglio per niente marginale nella storia occidentale ed europea, ossia il ruolo determinante che il sole ha avuto nello sviluppo di tutte le grandi civiltà all’origine della nostra cultura: la gran parte dei momenti fondamentali della vita sociale antica, dagli scambi commerciali al dibattito politico, dallo sport agli eventi di spettacolo, si svolgeva all’aperto, alla luce del sole, e chissà se ad Atene e a Roma si sarebbe potuto raggiungere quel grado sorprendente di sviluppo storico e umano se i momenti di incontro della collettività fossero stati tutti relegati all’ombra delle mura.

La vita di ogni essere vivente è continuamente animata dalla ricerca della luce: l’hanno agognata popoli interi, quando in epoca coloniale ambivano al loro ‘posto al sole’, e la desiderano gli individui durante la vita, con vacanze in posti assolati, e fino alle ultime ore della loro esistenza, quando, come descriveva magistralmente Foscolo, «gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole; e tutti l’ultimo sospiro / mandano i petti alla fuggente luce».

Entità dalla doppia faccia, il sole è farmaco, nel senso etimologico, medicina e al tempo stesso veleno: cura patologie, come hanno sperimentato le migliaia di giovani che durante il Ventennio fascista trascorrevano le vacanze nelle colonie elioterapiche, ma è anche elemento nocivo, ustiona e contagia, provoca tumori nel corpo e roghi nella natura.

I più importanti effetti terapeutici del sole sono però quelli che si esercitano sull’anima e sulla psiche. Il sole, che abbatte barriere e annulla differenze, perché è lo stesso in ogni punto della Terra, sa consolare chi è lontano dalla patria e dagli affetti, facendolo sentire comunque a casa: chi si trova, per scelta o per necessità, in una terra diversa e lontana dalla propria, non si troverà mai sotto un altro cielo, e a questo motivo di conforto si sono rifatti tanti esuli della storia, da Dante, rianimato dalla certezza di vedere «in ogni luogo gli specchi del sole e delle stelle», all’Aretino, che consolava un amico in esilio ricordandogli che «per tutto scalda il sole, per tutto imbianca la luna, per tutto splendono le stelle», fino ai prigionieri spagnoli in Francia, immortalati da Madame de Staël nei suoi “Dieci anni d’esilio” mentre «venivano in piazza a godersi il sole di mezzogiorno, quasi riconoscessero in lui un compatriota», una figura familiare e amica, l’ultimo struggente contatto con i propri cari assenti.

Forse il sole ci attrae tanto perché è metafora perfetta della verità: vorresti avvicinarti di più, ma sai che finiresti come Icaro, con le ali sciolte dall’immenso calore; non lo puoi guardare direttamente, ma solo con uno schermo che ti difenda dalla luminosità abbacinante, perdendo però così parte della sua bellezza; devi accontentarti dei suoi raggi e dei suoi riflessi, penetrando solo una parte del suo mistero, ma confortato dalla convinzione di san Carlo Borromeo, secondo il quale «né la verità può celarsi, né il sole meridiano ascondersi, senza che ne trasparisca un qualche raggio».

Spesso sembra che gli uomini scelgano le tenebre piuttosto che la luce: lo registrava san Giovanni nel suo Vangelo (3, 19) e lo confermava lo sconsolato Giacomo Leopardi, in apertura della Ginestra, a distanza di circa milleottocento anni, segno che in fondo l’uomo non cambia poi troppo. A volte le ombre che si addensano sulla storia e sul mondo sembrano così nere e inquietanti da suscitare la tentazione di rinunciare alla luce o di rinnegarla, ma saggiamente Celentano dissuadeva dall’«odiare il sole»: anche quando tu non puoi – o non sai – vederlo, lui c’è.

Tali i nostri animi arsi…

si perdono nel sereno

di una certezza: la luce.

Eugenio Montale, Ossi di Seppia

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